L'articolo Parla Antonio Rallo (presidente DOC Sicilia): “Idee e strategie per conquistare i mercati mondiali, nonostante la crisi” proviene da WiningPress.
]]>Quali difficoltà specifiche stanno attraversando i produttori di DOC Sicilia in conseguenza della crisi sanitaria ed economica dovuta al Covid-19?
Il comparto del vino italiano vale intorno agli 11 miliardi di euro e – causa crisi – perde 350 milioni di euro al mese di fatturato. Il vino siciliano non è immune e subisce un calo mensile in media del 40% in volume di bottiglie vendute. Le perdite però sono differenziate: risultano più penalizzate le aziende che chiudono la filiera, presenti soprattutto nel settore del consumo fuori casa: la ristorazione, le enoteche e i wine-bar. Parlo di quei vini venduti di solito a prezzi superiori perché di qualità superiore. Questo si spiega perché da febbraio a pochi giorni fa il lock down ha riguardato tutto il mondo con un effetto a catena, a causa dei locali chiusi: l’asporto ha potuto ben poco. In questo settore specifico – la ristorazione – registriamo un crollo del 90% del fatturato. Non solo: da tre mesi scontiamo duramente lo stop delle visite in azienda, considerato che il trimestre marzo-maggio è vitale per il turismo del vino anche da noi in Sicilia.
E nella GDO va meglio?
Ottima performance nel settore GDO e nei canali online. La Sicilia è cresciuta bene in questi mesi. Soprattutto per l’e-commerce è stato apprezzato l’ottimo rapporto qualità prezzo della produzione siciliana: i vini bianchi sono risultati campioni d’incasso in molti siti. Nel complesso però, dal punto di vista economico, le vendite GDO e l’online valgono una piccola fetta rispetto ai canali della ristorazione e dell’HoReCa.
Qual era l’andamento dell’export dei vini DOC Sicilia fino al febbraio scorso?
I primi due mesi sono andati molto bene sia in Italia che all’estero. Il trend per la Sicilia è favorevole. Abbiamo spinto parecchio, grazie all’attività promozionale del Consorzio, verso i mercati principali: Stati Uniti, Canada, Cina, Germania ci hanno portato in dote la fidelizzazione dei consumatori verso il vino siciliano. Non vorremmo sprecarla in futuro, per colpa del lock-down. Ma non conosciamo ancora i numeri precisi relativi ai primi due mesi perché risulta complicato estrapolare i dati dai siti di partenza dei vini per l’estero: i vini siciliani non fanno quasi mai dogana dalla Sicilia e i numeri risultano falsati. Dai dati del Consorzio, comunque, i primi due mesi sono stati ottimi per il nostro export. Ad eccezione dell’Asia dove già a fine gennaio erano stati cancellati gli ordini e qualche produttore ha perso la vendita.
Com’è andato l’imbottigliamento nel primo quadrimestre 2020?
Ovviamente è in calo per tutte le tipologie: registriamo un – 17 % dei bianchi e un – 8% fra i rossi. Tiene meglio il Nero d’Avola (-5%), rispetto al Grillo (-13%).
Quanto pesa l’export del vino siciliano verso il mercato asiatico?
La quota dei nostri vini superava il 10% su questi mercati. E’ il mercato dove – prima del Covid-19 – crescevamo di più. Le nostre etichette hanno sempre venduto molto bene in Giappone e stavano spingendo parecchio anche in Cina e in Corea del Sud senza dimenticare i nuovi mercati dei paesi “giovani” consumatori di vino come Vietnam, Malaysia e Thailandia.
Se nei mercati asiatici la riapertura avverrà in tempi rapidi, stimiamo di poter recuperare ancora nel 2020, addirittura con un piccolo margine di crescita. Ovviamente il nostro principale mercato di riferimento è rappresentato dagli Stati Uniti mentre in Europa siamo forti in Germania e Gran Bretagna. Ma con tutti i locali chiusi o in riapertura da poco, le vendite sono state praticamente inesistenti o quasi.
Quali sono i territori del vino siciliano più penalizzati in questo momento?
Dalle nostre rilevazioni settimanali risulta che Grillo e Nero d’Avola continuano ad andare molto bene. Ovviamente soffrono di più i vini tipici da ristorazione: per esempio la parte alta di gamma della DOC Sicilia, così come le altre DOC siciliane. In particolare tutti quei vini bevuti nel consumo fuori casa, come per esempio quelli della DOC Etna, più penalizzati per i prezzi medio-alti.
Il vino invenduto sarà dirottato alla distillazione?
Ad oggi le giacenze in cantina sono ancora inferiori a quelle dell’anno scorso, a pari data, ma è un vantaggio che gradualmente sta svanendo. La Sicilia però è in una posizione migliore, rispetto al resto del Paese, perché la nostra vendemmia 2019 è stata eccezionale per qualità ma scarsa per quantità. Siamo partiti con giacenze basse e vini molto buoni. Tutte le cantine sociali dell’isola stanno continuando a vendere molto bene e non abbiamo grandi giacenze. Ovviamente il mercato è globalizzato: perciò il calo dei consumi ancora in atto vedrà le giacenze consolidarsi. Siamo quasi in vista della vendemmia e speriamo tutti in una ripresa delle vendite. Noi vediamo positivamente la distillazione di alcune quantità di prodotto in giacenza anche se ci dispiace moltissimo veder bruciare alcune tipologie di vini prodotti con così tanta passione e fatica. Vediamo con favore la soluzione distillazione in particolare per i vini bianchi, non solo da tavola ma anche IGT e DOC, fatta a prezzi differenziati per tipologie. In Sicilia la resa media dei vini è stata 40 ettolitri per ettaro, e negli anni scorsi non abbiamo mai superato i 50. Non possiamo svendere a pochi centesimi per litro perché andremmo in perdita e metteremmo a rischio l’intero vigneto Sicilia.
Qual è la situazione OCM paesi terzi? C’erano 2 miliardi di euro da investire…
Li stiamo utilizzando, eccome! Ci riuniamo in Cda ogni settimana proprio per monitorare la situazione dei mercati. Negli Stati Uniti abbiamo creato già nei mesi di gennaio e febbraio – a causa dell’incertezza dazi – una campagna di “mantenimento”. Stiamo continuando ad investire, con il freno a mano tirato, causa pandemia. In Cina abbiamo frenato in febbraio, ma a marzo abbiamo ripreso gli investimenti per la comunicazione – in collaborazione con l’ufficio ICE di Pechino – attraverso l’utilizzo del canale digital. Noi siamo determinati e fiduciosi: prevediamo entro la fine dell’anno di riproporre quegli appuntamenti sulla formazione del vino siciliano che hanno portato numerosi stakeholders del vino cinese a conoscere e approfondire la loro cultura sul vino siciliano. Assicuro che tutto le iniziative già decise per promuovere il vino siciliano nel 2020 saranno comunque realizzate. Al momento siamo più focalizzati sulle attività social e sugli articoli giornalistici. Presto ripartiremo con le attività sul campo, come le degustazioni a gruppi – nel rispetto delle regole di sicurezza – che riteniamo fondamentali in un mercato ancora giovane per il vino come quello asiatico.

Quai sono i numeri di DOC Sicilia oggi e in proiezione 2020?
Nel 2019 hanno prodotto vini DOC Sicilia 8354 viticoltori; 461 sono le aziende che confezionano DOC Sicilia. Il vigneto della DOC è vasto circa 25 mila ettari. Abbiamo superato 95 milioni di bottiglie nel 2019 con un incremento del 19% rispetto al 2018. Nel 2020 – vista l’attuale contingenza – speriamo di chiudere in pareggio, ma con ogni probabilità avremo una leggera flessione. In Cda ci incoraggiamo a vicenda dicendoci: l’importante è che la fetta della torta DOC Sicilia sia sempre più grande. La presenza dei nostri vini sui mercati continua a crescere e se nel 2020, nel mondo, si berranno meno bottiglie … pazienza! Ce ne faremo una ragione, ma non molliamo e non sarà certo un virus a fermarci! DOC Sicilia attualmente è fra le prime quattro DOC in Italia per bottiglie prodotte.
Dal gennaio 2021 sarà introdotta la fascetta numerica per i vini DOC Sicilia che saranno controllati proprio come una DOCG: con quali vantaggi concreti per produttori e consumatori?
La tracciabilità è fondamentale. Migliora la capacità di controllare e tutelare sia il produttore che il consumatore per evitare che finiscano sul mercato bottiglie con etichetta non corrispondente al contenuto. Siamo molto contenti di passare al contrassegno di verifica. Abbiamo dato tempo ai piccoli produttori di adeguare le linee di imbottigliamento, accogliendo la richiesta di poter posticipare l’utilizzo della fascetta. La forza intrinseca della DOC Sicilia risiede nella grande varietà di aziende associate: da quelle piccole e molto piccole alle medie e grandi realtà come le cooperative. Alla fine si riesce sempre a trovare una sintesi per il bene generale della filiera enologica siciliana.
Ci sono però dei produttori che imbottigliano DOC Sicilia fuori regione…
Sì, ci sono, come in tutte le DOC italiane e non. Sono produttori in possesso delle deroghe previste dalla legge e possono imbottigliare DOC Sicilia fuori dall’isola. Lo prevedono i regolamenti comunitari. Preciso che non ci saranno nuove aziende extra-Sicilia che potranno imbottigliare fuori dall’isola. Potranno farlo solo quelle che a suo tempo hanno ottenuto questa deroga dal Ministero. Esistono i controlli su tutti i vini imbottigliati DOC Sicilia – inclusi quelli fuori regione – eseguiti dal Consorzio insieme all’ICQRF. In futuro, grazie all’introduzione della fascetta, i controlli saranno più vincolanti. Tutti i nostri produttori percepiscono la nostra DOC come una denominazione molto controllata. Il Consorzio esegue prelievi sui campioni di vini, non solo nella GDO italiana, ma anche all’estero, sui siti della distribuzione online e sui monopoli. Verifichiamo che nelle bottiglie di vino DOC ci sia solo vino proveniente da uve coltivate nella nostra isola.

Dal 2017 Nero d’Avola e Grillo possono apparire in etichetta solo come DOC Sicilia. Perché questa scelta? Alcuni produttori che non l’hanno condivisa hanno fatto ricorso al TAR del Lazio – che ha dato loro ragione – ma poi il Consiglio di Stato si è opposto alla sentenza del TAR ripristinando la situazione favorevole per il Consorzio. Perché questo contenzioso?
Bisogna fare un po’ di storia e tornare indietro. Prima di DOC Sicilia c’era IGT Sicilia, denominazione questa che permetteva di valorizzare e proteggere il tesoro del produttore siciliano scrivendo in etichetta il nome della nostra isola. Un marchio conosciuto in tutto il mondo. Nella classifica dei marchi italiani più famosi, troviamo nell’ordine Italia, Toscana e Sicilia. Un grandissimo valore per noi. Abbiamo tutelato il marchio Sicilia prima con una IGT e poi, dal 2012, con una DOC. La DOC, rispetto ad una IGT, consente maggiori e puntuali controlli su tutto il vino commercializzato, attraverso analisi chimiche ed organolettiche, mentre sull’IGT le verifiche si fanno a campione. Passare a DOC ha significato maggior controllo e protezione del nome Sicilia con vantaggi per produttori e consumatori. Successivamente, dal 2017, abbiamo pensato di proteggere i due vitigni autoctoni di maggior successo: Grillo e Nero d’Avola. Nel farlo siamo stati tutti uniti, almeno al 99,5%. Anche altre DOC possono indicare in etichetta il nome del vitigno, vedi DOC Noto, DOC Vittoria, per fare esempi. Ricordo le parole di un dirigente dell’assessorato regionale all’Agricoltura che stimolarono noi produttori: da analisi fatte, sembrava che ci fosse molto più Nero d’Avola di quanto effettivamente coltivato sull’isola. Ciò dipendeva dal fatto che con l’IGT non si riusciva ad avere in controllo puntuale- Sappiamo benissimo che un vino IGT può subire il taglio con vini provenienti da altre regioni, ma non è il caso di IGT Sicilia. Il grande lavoro svolto dall’IRVO (Istituto Regionale Vino e Olio), organo regionale di controllo, grazie anche alla piattaforma su cui transitano tutte le nostre produzioni e grazie al lavoro del Consorzio, ci ha permesso di tutelare i due vitigni principali, di valorizzarli e promuoverli. Un Consorzio ha la capacità di farlo anche in rappresentanza delle piccole aziende siciliane che non dispongono dei mezzi necessari. Non solo: le campagne organizzate da DOC Sicilia hanno permesso a molti consumatori di conoscere più velocemente questi due vitigni e di avvicinarsi ai vini che ne derivano.
Parliamo del contenzioso. Sia il Ministero delle Politiche Agricole, che la Regione Sicilia e DOC Sicilia si sono opposti alla sentenza del TAR del Lazio che dichiarava illegittimo l’obbligo di indicare in etichetta Nero d’Avola Grillo solo come DOC Sicilia. Il Consiglio di Stato ha accolto il nostro ricorso con una sospensiva. Il giudizio sul merito ci sarà a fine maggio. Noi siamo assolutamente convinti della bontà del nostro progetto. Qualche produttore, inizialmente dubbioso, poi si è dichiarato d’accordo. Darsi delle regole – nella DOC – porta ad avere più controlli sulle produzioni: bisogna attendere la certificazione per commercializzare i propri vini, ma poi dall’altra parte se si crea un valore si ha un maggiore apprezzamento sul mercato. Capisco bene: c’è chi fonda sul proprio marchio la forza della propria azienda; e c’è chi, invece, riconosce grande valore ai vitigni del territorio per costruire il successo della propria azienda in sinergia con il proprio marchio.
Faccio una considerazione più ampia, guardando fuori dalla nostra regione, dove non ci sono grandi aziende: il primo produttore di vini in Italia fa 600 milioni di euro di fatturato; negli Stati Uniti, la Gallo arriva a 4 miliardi di fatturato. Quando andiamo su mercati nuovi come la Cina capiamo al volo perché noi, come Italia, stentiamo ad imporci, perché in fondo siamo ancora piccoli di dimensioni. Ci manca il budget degli altri e la capacità di fare sistema, che in passato non avevamo, ma oggi sì: come DOC Sicilia, tutti insieme siamo più forti.
Il contenzioso? Non vogliamo che nessuno venga danneggiato. Prima avevamo tentato un accordo con gli autori del ricorso al Tar, ma a questo punto la palla è passata ai giudici. Non ci sono più margini di trattativa. Chiarisco una volta per tutte: il Cda e l’assemblea della DOC Sicilia non vogliono danneggiare nessuno. Ma ognuno è libero di pensare e agire diversamente.
La querelle con la Puglia sul Primitivo. Qual è la posizione del Consorzio che lei presiede?Non riesco a capire i termini della questione. La Puglia può coltivare il Nero d’Avola e la Sicilia può coltivare il Primitivo. Poi, come dicono gli americani, full stop. Non aggiungo altro. E’ stato chiarito tutto dall’assessore regionale siciliano all’Agricoltura. Non ci sono richieste da parte della Sicilia per cambiare lo stato delle cose in quest’ambito, né ci sono richieste, dalla Sicilia, per poter inserire il nome del Primitivo in etichetta. Ricordiamoci sempre che il Nero d’Avola può essere coltivato in altre regioni: questa è la situazione.
Quando avremo alle spalle la crisi Covid, quale sarà il primo passo che farete per consolidare e valorizzare il brand Sicilia?
Nei prossimi due mesi daremo il via a una nuova campagna promozionale in Italia e in Germania. Abbiamo deciso di rallentare e aspettare il momento giusto per ripartire con i nostri piani, approvati a febbraio in assemblea. Andremo avanti con attenzione, seguendo tutti i mercati. E’ certo però che nei prossimi mesi vedrete più Sicilia in tutti canali, dai televisivi al digitale. Una vera e propria campagna promozionale ben articolata e capillare.
Per muovervi fisicamente invece…
Ci vorrà del tempo. Al momento DOC Sicilia opera parecchio sui social. Stiamo continuando a spedire campionature a tutti gli appassionati dei vini siciliani. Per mantenere vivo il contatto con i vini della nostra terra.
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]]>(fonte: FIVI)
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]]>Un ringraziamento non formale va a Davide Bonucci, organizzatore in qualità di presidente dell’EnoClub Siena dell’evento griffato “Sangiovese Purosangue”, un punto di riferimento consolidato per tutti gli amanti del Sangiovese in tutte le declinazioni e territori possibili.
“Un viaggio sensoriale sulle peculiarità internazionali del Sangiovese”, questo il tema del seminario il cui relatore, vero talent scout del Sangiovese itinerante è stato Bartolomeo Roberto Lepori, sommelier AIS, giornalista, nonché abile affabulatore giramondo.

Undici i vini degustati, provenienti da tre continenti diversi, non tutti da Sangiovese in purezza. Con qualche sorpresa e molte delusioni alle nostre aspettative. Ecco il dettaglio.
Arhonto Rose – Vinarija Krgovic 2018 (Montenegro)
Sangiovese 75% Montepulciano e Lambrusco 25%.
Si parte con un rosato dal Montenegro. La cantina Krgovic di Podgorica ha puntato su un prodotto basico di facilissima beva. Tre quarti di Sangiovese e un quarto di Montepulciano e Lambrusco. Una “formula” alquanto improbabile che dalle nostre parti sarebbe un eufemismo definire azzardata ma che oltre Adriatico hanno avuto il coraggio di proporre. Che dire? Un rosato ruffiano, “dolcino” improntato al lampone e alla melagrana, che non riesce ad ammorbidire una lieve ruvidezza nel finale.
Ora due annate diverse di Sangiovese in purezza (secondo il produttore) da vigneti allevati nella Valle de Cachapoal, in Cile.
Villaseñor – Kenos Sangiovese Reserva 2018 (Cile)
In entrambi i millesimi si fa uso (e si nota tanto) del legno nuovo delle barriques francesi. Il risultato è una maturazione un po’ troppo incisa specie nell’annata più giovane. La nota di ciliegia fresca rossa si disperde subito nello speziato e in un balsamico molto spinto. Gusto “piacione”, a tratti opulento, morbido oltre misura e – perlomeno – di buona freschezza. Matura per 8 mesi in barriques francesi. Da bere fra 4 anni, recita il sito dell’azienda. Noi siamo d’accordo.
Villaseñor – Kenos Sangiovese Reserva 2014 (Cile)
Prima delusione. Ci si poteva aspettare un vino più maturo, meno segnato dal legno e invece … Beh, se il 2018 fra quattro anni sarà come questo 2014 allora c’è qualcosa all’origine che non quadra. In questo calice è ancora molto presente la parte legnosa e poco il frutto. Il tannino resta aggressivo e il vino nel complesso risulta poco equilibrato. Forse quattro anni di affinamento a questo Sangiovese cileno non bastano? O forse risente di una vinificazione… all’antica?
Restiamo in Cile spostandoci, attraverso i calici, in un immaginario viaggio nella Valle dell’Aconcagua. Altri due vini di annate consecutive da Sangiovese in purezza: forti dubbi che sia così, però…
Viña El Escorial – Sangiovese 2018 (Cile)
Un rosso dall’altro mondo fortemente inciso dal legno e dall’alcol. Tanta vaniglia e un mix confuso di spezie. Giovane e robusto sulla carta; invece senza armonia e personalità. Potrebbe essere un vino originato da qualsiasi altro vitigno. 14 mesi in botti di rovere francese e 6 mesi di affinamento in bottiglia. Ma il Sangiovese non viene fuori.
Viña El Escorial – Sangiovese 2017 (Cile) 
Un anno in più in bottiglia ci riporta una nota più vegetale. Si esprime sapido e fresco, carezzevole al palato, con il suo retrogusto più verde. Forse c’è una piccola quota di Cabernet? Ma l’essenza vera del Sangiovese (così come lo conosciamo noi) non riesce a farsi sentire.
Bovin Winery 2016 (Macedonia)
Nelle vigne di Lepovo, nella Macedonia del Nord, si coltiva un clone di Sangiovese stretto parente del clone romagnolo. Vinificazione e affinamento in acciaio e tanta bottiglia giovano tanto. Si esprime pulito, nitido, con i suoi freschi profumi floreali, di ciliegia matura e prugna. Il sorso è gradevole, garbato, di buona sapidità, setoso nei suoi tannini. Ci piace!
Esse – Catera (Crimea) – Sangiovese 2016
La Crimea è terra tormentata dalla guerra, eppur fertilissima, grazie al clima mite e quasi mediterraneo. Fra mille difficoltà (inclusa la chiusura temporanea della cantina) l’azienda Esse di Simferopol si è cimentata nella coltivazione del Sangiovese puntando sull’area denominata Kacha Valley. I risultati però non sono incoraggianti. Perciò sospendiamo il giudizio in attesa di assaggiare altro.
Dal Sudafrica abbiamo assaggiato numerosi esempi di grandi vini provenienti da vitigni internazionali ma si sapeva ben poco del Sangiovese. Ecco quelli di due diverse cantine. Cominciamo con le due annate della Da Capo Vinyards con i suoi Idiom.
Da Capo Vineyards – Idiom Sangiovese 2015 (Sudafrica)
Dai suoli di Stellenbosch un Sangiovese in purezza che profuma ribes e lampone, ferroso, addirittura ematico, striato di vaniglia. Al sorso è compatto, sapido, con una bella spalla acida, scorre su tannini fini ed eleganti. E’ verticale, nervoso, dinamico. Se lo paragoniamo al vino di 15 anni più vecchio (vedi sotto) possiamo ben dire che la cantina si è migliorata nel tempo. Maturazione in legno (80% francese e 20% americano) per 12-14 mesi.
Da Capo Vineyards – Idiom Sangiovese 2003 (Sudafrica)
Qui è rimasto il tannino. E’ stato uno dei primi tentativi di vinificazione del Sangiovese in Sudafrica. E si sente! Purtroppo patisce anche l’ossidazione.
Dalla Cia – Teano 2017 (Sudafrica)
Sangiovese 80% e varietà bordolesi non definite 20%.
Vigne a Stellenbosch. C’è un bel pezzo d’Italia in questo vino e anche nella cantina, fondata da Vittorio dalla Cia, di origini friulane. Titolare oggi è il nipote George.
L’apporto delle uve internazionali è voluto perché il Sangiovese in purezza non sarebbe andato incontro al gusto “internazionale”. Perciò il produttore ha puntato su un “taglio” più levigante. Nel calice si avvertono tutte le tre componenti tipiche di un vino ben “costruito”: balsamica, speziata, vegetale; il frutto però rimane in sottofondo. Un buon bere con “l’aiutino”.
Antica by Antinori Heritage –
Sangiovese 2017
Nel 1993 la famiglia Antinori ha acquistato nella Napa Valley (California) una tenuta di 220 ettari dove coltiva tutta la serie vitigni internazionali ben noti. Ma non ha dimenticato di portare qui, dall’Italia, anche le piantine di Sangiovese. Perciò è partita avvantaggiata conoscendo bene il vitigno.
Tecnica italiana, suolo americano, un intreccio di stile toscano e californiano. La differenza nel calice c’è e si sente. In questo c’è anche un 5% di Malbec che prova ad ammorbidire il nostro Sangiovese. Diffonde tabacco dolce, fiori di rosa, spezie, lampone. Al sorso si apprezza la struttura di questo vino, lievemente inciso dal legno. Un rosso elegante, da manuale, che incontra bene il gusto “americano”.
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]]>L'articolo Donne del Vino: video tutorial gratuiti per produrre, vendere e raccontare il vino. Il calendario completo proviene da WiningPress.
]]>Durante la “reclusione casalinga” da Covid-19, l’Associazione Nazionale guidata da Donatella Cinelli Colombini reinventa in chiave virtuale il Progetto FUTURE, dedicato alle giovani under 30 che pensano al loro futuro professionale nel vino. È stato chiesto alle associate di mettere a disposizione i propri talenti, sviluppando e insegnando, attraverso un video, un aspetto della propria professione.
Produttrici, ristoratrici, enotecarie, sommelier, comunicatrici hanno raccolto l’invito e da oggi, martedì 5 maggio, è in programma un fitto calendario di video lezioni gratuite su vari argomenti tutte da gustare e aperti a tutti. Al momento i video tutorial sono quattordici in programmazione fino al 18 giugno. Si parte con i tutorial della presidente Cinelli Colombini su turismo e tipologie di cantine vinicole. Chi ha piacere di ricevere video o le slide, dove previste, può richiederle a: [email protected].
«Il progetto FUTURE – ricorda la presidente Donatella Cinelli Colombini – è nato da un’idea di Alessandra Boscaini, responsabile commerciale di Masi e delegata del Veneto. Finora ha raccolto in un data base sul sito dell’associazione, l’offerta formativa delle nostre socie: lezioni, visite, stage in cantina. Ora ripartiamo con questi video tutorial che sono fruibili per tutti quelli che vogliono sapere di più su determinati argomenti: chi guarda avrà l’emozione di imparare direttamente dalle produttrici e dalle donne del vino che si mettono in gioco e insegnano in prima persona. È facile, è bello, è utile ad altri. Aiuta a vincere l’ansia e ritrovare fiducia. E non ultimo, aumenta la visibilità delle singole socie e delle loro imprese».
I video tutorial saranno pubblicati sul canale You Tube Le Donne del Vino e sui canali social delle Donne del Vino (Facebook: Associazione Nazionale Le Donne del Vino; Instagram IGTV: @donnedelvino; Twitter: @donnedelvino). Saranno messi online con una cadenza di due video alla settimana: il lunedì e il giovedì alle 11,00.
Nella video gallery del sito www.ledonnedelvino.com, ci sarà l’elenco dei video con i temi delle singole lezioni e il nome delle Donne del Vino che ne sono protagoniste.
ECCO IL CALENDARIO DEI TUTORIAL
MARTEDÌ 5 MAGGIO
Donatella Cinelli Colombini – produttrice – Toscana
Il turismo del vino
GIOVEDÌ 7 MAGGIO
Donatella Cinelli Colombini – produttrice – Toscana
Le tipologie di cantine turistiche
LUNEDÌ 11 MAGGIO
Lavinia Furlani e Andrea Pozzan – Wine Meridian – Veneto
6 soft skills per 6 fasi della vendita del vino
GIOVEDÌ 14 MAGGIO
Liliana Savioli – sommelier e giornalista – Friuli Venezia Giulia
I vini macerati in anfora
LUNEDÌ 18 MAGGIO
Vincenza Folgheretti – enologa – vice delegata Toscana
Come decidere il momento della vendemmia
GIOVEDÌ 21 MAGGIO
Susana Alonso – Sorsi di web – Sardegna
Come comunicare il tuo brand on line
LUNEDÌ 25 MAGGIO
Federica Gatto – sommelier e giornalista – Campania
La viticoltura eroica tra Nord e Sud
GIOVEDÌ 28 MAGGIO
Priscilla Occhipinti – distillatrice Nannoni Grappe – Toscana
Introduzione ai distillati
LUNEDÌ 1° GIUGNO
Floriana Risuglia – avvocato – vice delegata Lazio
E-commerce del vino: come orientarsi con il Covid-19
GIOVEDÌ 4 GIUGNO
Laura Bucci – sommelier comunication manager – Toscana
Come si realizza un company profile
LUNEDÌ 8 GIUGNO
Barbara Sgarzi – sommelier e giornalista – Lombardia
Social media wine: tre consigli da mettere in pratica
GIOVEDÌ 11 GIUGNO
Alessia Canarino – sommelier – Campania
La differenza di potenziale evolutivo tra vini con chiusura in tappo di sughero e vini con chiusura stelvin (lingua inglese)
LUNEDÌ 15 GIUGNO
Paola Dei – giornalista e psicologo dell’Arte – Toscana
Il vino nell’arte
GIOVEDÌ 18 GIUGNO
Marta Galli – Le Ragose – Veneto
Le caratteristiche e i benefici delle vecchie varietà autoctone della Valpolicella: la nostra esperienza cinquantennale.
fonte: Associazione Nazionale Le Donne del Vino
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]]>L'articolo Chiaramonte Gulfi (RG): produttore difende i suoi vigneti e viene aggredito. Solidarietà dal Consorzio del Cerasuolo e dal sindaco proviene da WiningPress.
]]>Prima però li ha ripresi e fotografati col suo cellulare. In un primo tempo i sei sono andati via, poi sono tornati e hanno aggredito Cosenza a calci e pugni rapinandogli anche il telefono.
Con il volto ricoperto di sangue, dolorante, l’imprenditore è riuscito a raggiungere la guardia medica di Chiaramonte Gulfi per farsi medicare. Per lui 10 giorni di prognosi. Rimane l’inaudita gravità dell’episodio – avvenuto nel pomeriggio del primo maggio – sul quale indagano i carabinieri di Ragusa che sarebbero già sulle tracce della banda di aggressori.
“Questo è quello che accade a un cittadino e imprenditore onesto che cerca di tutelare la propria casa e la propria azienda – ha scritto Cosenza sul suo profilo Facebook postando anche le foto post aggressione -. Picchiato selvaggiamente e rapinato da un gruppo di motociclisti che con le loro enduro devastavano le coltivazioni e il vigneto”.
Non è la prima colta che avvengono episodi di cronaca nelle campagne dell’isola, ma mai era stato aggredito un produttore di vino, fra l’altro componente del Consiglio di amministrazione del Consorzio Cerasuolo di Vittoria DOG.
Sull’episodio, in serata, la solidarietà del Consorzio, messa nero su bianco dal presidente Achille Alessi. “Piena e totale solidarietà a Pierluigi Cosenza, per il vile attacco subito nella propria azienda agricola, ieri primo maggio 2020. Un atto spregevole nelle forme e nella dinamica, che ha colpito un amico, un imprenditore e un dirigente della vita associativa del nostro Consorzio. Un ignobile pestaggio che colpisce, come sempre, donne e uomini di buona volontà di questa terra, di cui persone come Pierlugi sono la migliore espressione. Il settore vitivinicolo altre volte ha lamentato l’insicurezza delle proprie aziende. Adesso la misura è colma. È già troppo tardi ! Un abbraccio a Pierluigi e una sollecitazione alle Istituzioni e agli Organi dello Stato affinché si adoperino a debellare queste nefande azioni”.
Si mobilita anche il sindaco di Chiaramonte Gulfi, Stefano Gurrieri, il quale ha chiesto un incontro immediato con il prefetto di Ragusa, per ottenere maggiori controlli delle forze dell’ordine sul territorio. Gurrieri annuncia che qualora venissero identificati i responsabili, il Comune di Chiaramonte si costituirà parte civile nel processo”.
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]]>Per questo il Consorzio del vino Brunello di Montalcino ha fatto presente all’assessore all’Agricoltura della Regione Toscana, Marco Remaschi, la propria particolare situazione, oltre alle relative proposte per uscire dall’emergenza e dalla sempre più insostenibile quanto imprevista tensione finanziaria. Tra queste, la dichiarazione dello stato di calamità naturale per tutta la Toscana, con accesso al Fondo di solidarietà nazionale e l’attivazione del Mediocredito Toscano a garanzia dei provvedimenti del Governo in materia di proroga di mutui e debiti.
“In questa fase di grave crisi per il vino toscano – ha detto il presidente del Consorzio del vino Brunello di Montalcino, Fabrizio Bindocci – il nostro ente non abdica al suo ruolo guida anche nel campo della promozione. Siamo infatti convinti che questa non sia una crisi strutturale, ma una difficoltà congiunturale generata dal Covid-19 cui contrapporre, assieme a un’adeguata dotazione creditizia, una reazione forte basata sulle attività di promozione e marketing. È infatti allo studio a partire dalla seconda parte di quest’anno – ha aggiunto Bindocci – un piano articolato di presenza capillare sui maggiori canali commerciali online nei principali mercati di sbocco – dalla Germania agli Stati Uniti, dal Giappone, al Canada, all’Italia – a supporto del brand Montalcino e delle sue produzioni”. A questo proposito, nella lettera inviata all’assessore Remaschi, il Consorzio sottolinea anche la necessità di poter modificare le norme attuative dei programmi di Ocm e Psr attraverso una proroga di 18 mesi del termine delle azioni previste, una rimodulazione delle stesse ed eventualmente una rinuncia all’investimento senza penali da parte delle imprese.
E ancora, in un’ottica di comunicazione a lungo termine servirà rinnovare per altri 3 anni la misura di promozione relativa ai Piani di sviluppo rurale anche con stanziamenti specifici riservati ai consorzi di tutela, oltre alla richiesta di ripristino di una quota regionale extra (20%) in aggiunta al 50% garantito da fondi Ue sulla misura Ocm Promozione Paesi terzi.
“L’obiettivo – per Bindocci – è mettere subito in sicurezza le aziende e allo stesso tempo prepararci nel migliore dei modi al ritorno della domanda. Non temiamo l’abbondanza di stock in cantina perché il Brunello in giacenza non perde ma acquista valore. Per questo – ha concluso – non è pensabile che le nostre aziende possano cedere il passo alle speculazioni”.
fonte: ufficio stampa Consorzio del Brunello di Montalcino
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‘Nulla sarà come prima’, il refrain post-emergenza, non vale per il popolo del vino: i consumatori italiani (l’85% della popolazione) si dichiarano infatti in buona sostanza fedeli alle proprie abitudini già a partire dalla fase 2, compatibilmente con la loro disponibilità finanziaria. Nel frattempo, non è come prima la dinamica dei consumi in regime di lockdown: il bicchiere è più mezzo vuoto che mezzo pieno, e la crescita degli acquisti in Gdo non compensa comunque l’azzeramento dei consumi fuori casa. E se il 55% dei consumatori non ha modificato le proprie abitudini, tre su dieci affermano invece di aver bevuto meno vino (ma anche meno birra) in quarantena, a fronte di un 14% che indica un consumo superiore. Lo afferma l’indagine – la prima a focus emergenza a cui ne seguiranno altre nei prossimi mesi – a cura dell’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor ‘Gli effetti del lockdown sui consumi di vino in Italia’, realizzata su 1.000 consumatori di vino della popolazione italiana. La presentazione della survey, moderata dal Ceo di Bertani Domains, Ettore Nicoletto, è in programma questa sera alle 17 nel corso della diretta streaming di ‘Italian wine in evolution’ (https://winejob.it/webinar-italian-wine-in-evolution-3-appuntamento/), a cui parteciperanno il direttore generale di Veronafiere, Giovanni Mantovani e il responsabile di Nomisma Wine Monitor, Denis Pantini.
Il ‘dopo’ sarà come ‘prima’ per l’80% dei consumatori. O più di prima, con i millennials che prevedono un significativo aumento del consumo in particolare di vini mixati (il 25% prevede di aumentarne la domanda), a riprova della voglia di tornare a una nuova normalità con i consueti elementi aggreganti, a partire dal prodotto e dai suoi luoghi di consumo fuori casa (ristoranti, locali, wine bar), che valgono una fetta di 1/3 del campione in termini di volume (il 42% tra i millennials).
Il vino – evidenzia l’indagine – non può dunque prescindere dal suo aspetto socializzante, se è vero che la diminuzione riscontrata è da addurre in larga parte (58%) al regime di isolamento imposto dall’emergenza Covid-19 che ha cancellato le uscite nei ristoranti, le bevute in compagnia e gli aperitivi. Per contro, chi dichiara un aumento ha scelto il prodotto enologico quale elemento di relax (23%, in particolare donne del Sud), da abbinare alla buona cucina di casa (42%), specie tra gli smart worker del Nord.
Per il dg di Veronafiere, Giovanni Mantovani: “Se poco sembra modificarsi nelle abitudini al consumo – e questa è una buona notizia –, le imprese del vino sono invece chiamate a profondi cambiamenti, alle prese con la necessità di reagire alle tensioni finanziarie e allo stesso tempo di difendersi dalle speculazioni. Il mercato e i suoi nuovi canali di riferimento saranno le principali cure per un settore che oggi necessita di un outlook straordinario sulla congiuntura e di un partner in grado di fornire nuovi orizzonti e soluzioni. Come Veronafiere – ha concluso – da qui ai prossimi mesi vogliamo prenderci ancora di più questa responsabilità a supporto del settore”.
In generale la quarantena sembra aver appiattito anche gli stimoli alla conoscenza, con la sperimentazione delle novità di prodotto in calo sul pre-lockdown (dal 73% al 59%), la preferenza verso i piccoli produttori (dal 65% al 58%), i vini sostenibili (dal 65% al 61%) e gli autoctoni (dall’81% al 76%). Tendenze queste che a detta degli intervistati torneranno identiche a prima nel post quarantena. Ciò che è cambiato, ma è da verificare se lo sarà anche in futuro, è la preferenza del canale di acquisto online, balzata dal 20% al 25%.
Per il responsabile di Nomisma Wine Monitor, Denis Pantini: “Per quanto il lockdown abbia cambiato modalità di acquisto e consumo di vino da parte degli italiani, il desiderio di ritornare ‘ai bei tempi che furono’ sembra prevalere sull’attuale momento di crisi e su comportamenti futuri che giocoforza saranno improntati ad una maggior precauzione e distanza sociale. Si tratta di un asset molto importante in termini di fiducia sulla ripresa e che va preservato soprattutto alla luce della imminente fase 2, anche perché il crollo stimato sul Pil italiano per i mesi a venire rischia di avere impatti sui consumi in considerazione di una domanda rispetto al reddito che nel caso del vino risulta elastica, e come tale, a rischio riduzione in virtù della recessione economica”.
fonte: ufficio stampa Vinitaly
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]]>La storia di Caorle narra di un antico villaggio di pescatori: piccole isole unite fra loro da ponti e canali navigabili, oggi interrati, su cui si affacciano case dai colori vivaci, tipiche della tradizione veneziana. Un territorio lagunare storicamente vocato alla pesca che comprende anche l’isola dei Casoni, in cui sorgono le antiche abitazioni realizzate in legno e canna palustre dei pescatori e delle loro famiglie, visitabili ancora oggi con suggestive escursioni in barca, a piedi o sui pedali. Oggi località di mare senza tempo, annoverata tra i Borghi Storici Marinari e ancora abitata da pescatori, Caorle conserva orgogliosa l’affascinante tradizione della pesca. Un vero spettacolo che quotidianamente (ogni pomeriggio a partire dalle 15.30), in ogni stagione dell’anno, coinvolge il suo centro storico: dall’arrivo delle imbarcazioni cariche di pesce freschissimo nel Rio Interno, dove si trova il Porto Peschereccio, alla vendita del pesce nell’adiacente Mercato Ittico Comunale. È qui che ha luogo la tipica “asta ad orecchio”, un procedimento che consiste nel sussurrare all’orecchio dell’astatore la propria proposta, in attesa che l’asta venga infine aggiudicata ad alta voce al miglior offerente. Mentre lungo il Rio Interno è curioso assistere al lavoro dei pescatori che fino al tramonto del sole preparano le reti da pesca e le barche per il giorno successivo. E proprio la tradizione peschereccia distingue anche la proposta gastronomica di Caorle: meta gourmet dell’Alto Adriatico, fa del pescato freschissimo il miglior biglietto da visita, offrendo una grande varietà di pesce che comprende anche tre prodotti ittici locali protagonisti di ricette e specialità tutte da provare. Il Moscardino, un piccolo polpo che ama i fondali sabbiosi, perfetto come antipasto ipocalorico e ottimo antirughe naturale grazie all’elevata percentuale di collagene che contiene; il canestrello bianco, mollusco dal sapore delicato spesso preparato alla griglia; le vongole di mare bio (certificazione unica in tutta Italia) allevate e raccolte nell’area antistante Vallevecchia, zona naturalistica protetta e Sito di Interesse Comunitario.
Imperdibile per gli amanti del mare, e non solo, la Festa del Pesce che nel mese di settembre coinvolge la caratteristica spiaggia della Sacheta, proprio a ridosso del Santuario della Madonna dell’Angelo, per celebrare la più importante tradizione caorlotta e i prodotti del suo mare. La manifestazione, organizzata ogni anno al termine della stagione estiva, propone stand enogastronomici, chioschi bar e tavoli in riva al mare, offrendo un menu a base pesce fresco cucinato dagli stessi pescatori secondo le ricette locali, accompagnato da vini della locale Doc Lison Pramaggiore, in un’atmosfera originale e ricca di fascino in cui vengono ricreati anche i caratteristici Casoni, simbolo tipico dell’antico villaggio di pescatori della laguna.
(credits Comune di Caorle)
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]]>L'articolo Risorgiamo Italia: la protesta del mondo Ho.Re.Ca. e della ristorazione. Il 28 aprile insegne accese e poi consegna simbolica delle chiavi proviene da WiningPress.
]]>Il grido di aiuto da parte del mondo della ristorazione e ospitalità è sempre più forte e tuttavia inascoltato dal governo centrale.
RISORGIAMO ITALIA, ecco il nome della manifestazione di protesta organizzata dai movimenti di imprenditori del mondo HO.RE.CA e dei Locali di Pubblico Spettacolo uniti per la prima volta nella storia del settore.
Per martedì 28 aprile alle ore 21: le luci delle insegne delle loro attività si accenderanno simbolicamente per l’ultima sera.
Le probabili misure che lo Stato prenderà per l’eventuale riapertura di ristoranti, bar, pizzerie, pasticcerie, discoteche e lidi balneari non sono insostenibili per la gestione ordinaria di un locale e insopportabili economicamente.
Ecco perché il 29 APRILE, la mattina dopo aver acceso per la ultima volta le luci, gli imprenditori andranno davanti ai loro comuni a consegnare le chiavi dei propri locali. Sebbene loro vogliano fortemente aprire e tornare al proprio lavoro, oggi non ci sono i presupposti economici per poterlo fare: “In sintesi ci stanno chiedendo di aprire con gli stessi costi, se non più di prima della emergenza epidemiologica, con una previsione di incassi nella migliore delle ipotesi pari al 30% sull’anno precedente” affermano.
Ecco le sigle di associazioni e gruppi spontanei nati sui social, confluite nella federazione nazionale di imprenditori della ristorazione M.I.O (Movimento Imprese Ospitalità), Treviso Imprese Unite, Comitato Ho.re.ca Milano, Rinascita Pubblici Esercizi Rimini, Ristoratori Emilia Romagna, Allarme Italia Liguria, Ristoratori Toscana, Ho.re.ca Umbria Uniti, Consorzio Foligno InCentro, RistorItalia Marche, Associazione Pizzaiuoli Napoletani,BPU Brand Partenopi Uniti con IoNonApro, Associazione Commercianti Salerno, Gruppo Avellino, Movimento Impresa Puglia, Associazione operatori turistici Porto Cesareo, A.R.T. Associazione Ristoratori Trapanesi, Carboni Attivi Sicilia, Comitato Ho.re.ca Nord Sardegna-Alghero ed il gruppo nazionale di Ho.re.ca Unita e l’associazione GPN che aderiscono alla manifestazione (in ordine geografico da nord a sud) per un numero stimato di circa 75.000 imprese.
La federazione M.I.O raccoglie le realtà, nate i primi di marzo, per chiedere, ancora prima del decreto Conte dell’11 marzo, la chiusura dei loro locali per la tutela della salute dei clienti, dei dipendenti e della propria. Questi gruppi sono apartitici e slegati dalle associazioni di categoria, alle quali non vogliono sostituirsi ma esserne eventualmente la base popolare, raccogliendo il sentimento di chi ha dedicato e dedica la vita alla propria attività.
I portavoce della federazione nazionale dichiarano “Al ristorante, in un locale notturno, al bar si va sicuramente per mangiare o per bere qualcosa di buono ma soprattutto per vivere un’esperienza di socialità, di convivialità che con le misure previste dal governo andranno perse del tutto. Siamo piccoli imprenditori, e le nostre attività, spesso familiari, sono state tramandate di generazione in generazione con enormi sacrifici. Lavoriamo 7 giorni su 7 insieme ai nostri dipendenti, con i quali abbiamo un rapporto che va oltre il professionale” e concludono “Sia chiaro che non cerchiamo assistenzialismo: le misure previste per l’eventuale riapertura di maggio, se non collegate a tutele economiche, quali cassa integrazione fino a Dicembre 2020 e moratoria sugli affitti e sulle utenze, ci costringeranno a licenziare, se non a chiudere del tutto, le nostre attività. Come possiamo mantenere gli stessi costi di una situazione di normalità sapendo che i nostri locali saranno a produttivi al massimo al 30%?”
In Italia, il fatturato prodotto dal mondo Ho.re.ca è di 87 miliardi (*fonte osservatorio nazionale distributori HO.RE.CA 2018/2019) con circa 500.000 attività commerciali che impiegano circa 1.500.000 dipendenti incluso l’indotto di forniture e servizi. Si prevede purtroppo che un locale su due dovrà chiudere o ancora peggio verrà ceduto a pochi euro a chi magari vuole riciclare denaro sporco. Il sostegno della collettività è necessario nell’interesse comune ed è impensabile immaginare una società in cui crolli l’attività produttiva della piccola impresa ma resti tutto invariato per la componente politica, amministrativa e burocratica: se falliscono queste attività, le conseguenze coinvolgeranno tutti.
M.I.O (Movimento Imprese Ospitalità) sta studiando un protocollo Haccp da proporre al Presidente Conte e chiede che nella task force dell’emergenza governativa ci sia una delegazione del Movimento per illustrare le reali necessità e incongruenze che ci sono nei decreti attuali. Chi meglio di chi fa questo lavoro può rappresentare istanze e necessità di un settore?
Concludono i portavoce “Ristoranti, bar, pizzerie, locali da ballo ed il settore del turismo sono le attività che mandano avanti il nostro Paese e in questo momento, ahimè, le più penalizzate. Se lo Stato non interviene immediatamente, con gli adeguati strumenti rischiamo di perdere il patrimonio economico più importante del nostro Paese. Per questo con la manifestazione del 28 aprile, oltre ad un segno di protesta, il Movimento Imprese Ospitalità indice la giornata nazionale dell’universo HO.RE.CA con la speranza, che il prossimo anno, in questa data, potremmo tutti scendere in piazza per celebrare la rinascita, il risorgere di una categoria che rischia con il suo indotto di scomparire ma che grazie alla sua coesione, forza e unione ha resistito e potrà celebrare questa vittoria.”
@risorgiamoitalia
#risorgiamoitalia
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]]>L’Istituto Espresso Italiano (Iei) ha raccolto le voci di alcuni giovani professionisti del caffè espresso. Dai campioni mondiali ai giovani imprenditori un filo conduttore li accomuna: guardare già al futuro per sconfiggere la crisi. Qualche giorno fa era intervenuto il presidente dell’Istituto, Luigi Morello, per sottolineare le difficoltà di un settore che vale due miliardi di euro all’anno per fatturato del caffè espresso nei bar, ma in crisi anche i tanti posti di lavoro tra Ho.re.ca. e pubblici esercizi.

Alessandro Gegnoso
«Con il cliente abituale si crea un rapporto di amicizia e tutti in questo momento mi scrivono quanto manchi loro l’espresso e il cappuccino al bar, insieme al mio sorriso al mattino. Perché l’espresso italiano è fatto da prodotti eccellenti e un barista competente e socievole che li sa mettere insieme. Così deve restare». È la voce di Alessandro Gegnoso, giovane barista titolare di un bar a Maddaloni (Caserta). Come lui sono tanti in Italia i giovani baristi e imprenditori del settore che in questo periodo stanno rimettendosi in gioco, da un lato per superare il forte danno economico, dall’altro per non disperdere la formazione messa in atto per arrivare a realizzare con la qualità assoluta uno dei prodotti Made in Italy più famosi nel mondo, l’espresso italiano.
Dall’ape del caffè per il take away, al caffè porta a porta: ecco come i giovani baristi continuano a preparare, o prepareranno, l’espresso Italiano.
L’espresso italiano manca a tutti e i baristi si stanno già mettendo all’opera per non fare mancare ai propri clienti le colazioni. «Il bar per vivere ha bisogno di persone e noi nel tempo abbiamo creato un bellissimo rapporto con i nostri clienti e tutti mi dicono quanto ci manchi la colazione al bar. Ho quindi un desiderio: creare una caffetteria ambulante e portare il mio espresso nei paesi limitrofi a casa dei clienti con un’ape o un mezzo fornito delle attrezzature professionali per portare la colazione direttamente dalle famiglie». Questa è Chiara Yan Jin, barista di Città Chiuro (Sondrio).
Stessa idea è nata a Carolina Mezzacasa, ad Agordo (Belluno) per accontentare gli appassionati della montagna che presto torneranno in “alta quota”: «Avevamo già creato un chiosco itinerante a norma dedicato esclusivamente alla caffetteria col progetto di offrire sulle piste sciistiche espresso e cioccolata calda. Con macchina da caffè, bicchieri di carta e prodotti di qualità. Il nostro progetto è quello di mettere in moto questo chiosco quando arriverà il momento. L’espresso del bar manca a tutti, come momento della giornata da gustare per fermarsi e pensare, per gioire e poi ripartire».
«Proseguiamo con il servizio a domicilio per i nostri prodotti da forno e abbiamo la risposta anche per espresso e cappuccino con la possibilità da parte del cliente di ritirarli anche fuori dal nostro bar in piena sicurezza, in bicchierini monouso pagando anche con modalità digitali in modo da ridurre al minimo i contatti», dice Daniela Giordani, titolare di un bar a Città Riolo Terme (Ravenna).

Pan Hoi San
Un’altra bella storia viene da Barletta dove Lucia Franco (nella foto di copertina) ha il suo bar: «Tutte le mattine consegniamo a domicilio la colazione con espresso e cappuccino, lo facciamo in maniera sostenibile peraltro, avendo acquistato una bici elettrica per gli spostamenti».
Consegna a domicilio di prodotti da forno anche per Pan Hoi San a Santa Lucia del Piave (Treviso) «e insieme alla brioches regaliamo anche un pacchettino di caffè con un biglietto e una dedica per portare ai nostri clienti il ricordo della colazione al bar promuovendo, e lo faremo sempre più, prodotti italiani. Molti dei nostri clienti sono infatti produttori agricoli e quindi cerchiamo tutti di sostenerci a vicenda».
«Continuerò a puntare sulla qualità perché da lì bisogna ripartire: dall’Espresso italiano certificato e l’erogazione perfetta. Nel frattempo ci muoviamo con la comunicazione on line per stare vicino alla nostra comunità e stiamo pianificando agevolazioni e servizio a domicilio per fare evitare affollamenti al bar» è la sfida di Robin Alam nel suo bar a Bologna.
Il caffè espresso si beve al bar. Il 58% di chi beve caffè espresso lo fa per trovare la carica necessaria ad affrontare la giornata. Espresso non è tuttavia solo fonte di energia, chi lo beve lo fa anche per il gusto (51%) ed in parte per abitudine (30%). Il caffè espresso evoca nell’immaginario dei consumatori momenti di relax (53%), un piacere (47%), ma al contempo un rito, una tradizione (37%). Il consumo di caffè espresso non è relegabile in un solo luogo, prevale piuttosto una modalità di consumo “multi-luogo”, il bar resta comunque quello preferito, scelto dal 72% del target di riferimento. Chi consuma caffè espresso beve principalmente 1 o 2 tazzine al giorno (58%) e preferisce la mattina come momento di consumo. La chiusura dei bar non è solo una perdita economica per migliaia di imprenditori, tra bar e indotto del mondo del caffè in particolare. Sul podio sale il caffè espresso, la principale tipologia di caffè scelta dagli italiani che hanno consumato la bevanda negli ultimi 12 mesi. E il consumo è un consumo abituale. L’espresso viene scelto dal 93% dei consumatori di caffè.
Il comparto bar: un settore che traina l’economia italiana. Con oltre 149mila bar sparsi in Italia, ogni giorno vengono serviti in media 175 caffè, cioè il 32,5% di fatturato del bar. Il mercato del caffè (bar, ristoranti e hotel) sfiora i 2 miliardi di euro all’anno. In sei regioni (Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio e Campania) si concentrano i due terzi delle imprese del settore. Il 54,2% di queste imprese è una ditta individuale e la variabilità regionale intorno a questo valore è assai sostenuta. La forbice va dal valore minimo dell’Umbria (43,1%) a quello massimo della Calabria (77,3%). Il 31,3% delle imprese sono società di persone, mentre la quota delle società di capitale è di poco al di sopra del 13%.
L’Istituto Espresso Italiano. L’Istituto Espresso Italiano (Iei), di cui fanno parte torrefattori, costruttori di macchine per caffè e macinadosatori e altre aziende della filiera, tutela e promuove la cultura dell’espresso e del cappuccino italiani di qualità. Oggi conta 34 aziende aderenti con un fatturato aggregato di circa 700 milioni di euro. Maggiori info: www.inei.coffee.
Fonte: Istituto Nazionale Espresso Italiano
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