Food – WiningPress https://www.winingpress.it Sat, 15 Feb 2020 18:01:22 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.3.3 Mediterraneo, il nostro Mare Comune https://www.winingpress.it/mediterraneo-il-nostro-mare-comune/ https://www.winingpress.it/mediterraneo-il-nostro-mare-comune/#respond Fri, 07 Feb 2020 16:25:09 +0000 http://wining.gebsoftware.com/?p=227 di Daniela De Morgex E’ tempo di Natale. L’estate è ormai lontana, così come le immagini ed i ricordi legati al mare. Ma lo spirito di […]

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di Daniela De Morgex

E’ tempo di Natale.
L’estate è ormai lontana, così come le immagini ed i ricordi legati al mare.
Ma lo spirito di certe situazioni resta attuale tutto l’anno perchè rispecchia sì quello di certe festività di matrice religiosa, ma anche quello di una certa etica laica, ed è quindi uno spirito che dovrebbe esistere senza un tempo specifico e accompagnare costantemente i nostri pensieri ed azioni.

Il Mediterraneo non è mai stato semplicemente un mare che separa l’Europa dal vicino Oriente e dall’Africa o, per dirla con Braudel, una semplice fenditura della crosta terrestre che si allunga da Gibilterra all’Istmo di Suez e al Mar Rosso. Il Mediterraneo è un mare su cui si affacciano terre diversissime fra loro, città e deserto, nomadismo e stanzialità, modi di vita lontanissimi fra loro. (…omissis) sul Mediterraneo si sono sviluppate civiltà moderne e civiltà tradizionali, città modernissime e metropoli incardinate in un passato immobile che sono rimaste tali e che si sono spesso contrapposte nell’odio e nell’inimicizia; ma soprattutto il Mediterraneo è un mare che ha formato civiltà, che le ha divise e le ha unite, che le ha messe in rapporto e le ha viste contrapporsi in scontri mortali”.
(G.Rebora, La civiltà della forchetta. Storia di cibi e di cucina, Laterza, Roma-Bari 2000.)

Veduta dall’Hotel Madison

‘NNUMARI è stata una fucina di idee a confronto alla sua prima edizione, evento ideato dallo chef bistellato Pino Cuttaia a Licata (RG) e dintorni, sua città di origine.  In questo raduno di professionisti, giornalisti e studiosi di vari settori, ma anche di allevatori, artigiani e pescatori, veri “cittadini del Mediterraneo”, abbiamo conosciuto precise visioni su ciò che dovrebbe rappresentare per il futuro questo bacino d’acqua così affascinante e determinante per tutti noi, dal Marocco alla Grecia, dalla Spagna all’Egitto. Incontri, conferenze, scambi personali hanno contribuito a superare ogni sorta di presunta diversità, riscoprendo invece comunanza di idee ed intenti, una familiarietà apparentemente inaspettata e che invece, attraverso le parole e le passioni, ci ha scoperto uniti nell’intento di preservare i territori, di valorizzare le varie culture, di ricercare gli strumenti più giusti per uno sviluppo sostenibile del mare.

Pino Cuttaia

Un grande cuoco, Pino Cuttaia, che ha fortemente voluto questo progetto per un ideale di narrazione delle varie tradizioni che in realtà accomunano i popoli che vivono affacciati su questo mare e che in fondo condividono, a volte senza saperlo, obiettivi e gestualità, specie in cucina.

E proprio in questo ambito che 24 chefs internazionali hanno deciso di sostenere il convivio ‘Nnumari e parliamo di nomi stellati, del calibro di Giancarlo Perbellini o Moreno Cedroni, che hanno inteso sottolineare l’importanza della conservazione della nostra identità attraverso la difesa di tutta la filiera alimentare.

Anche i luoghi sono stati assolutamente di elezione come il trecentesco CASTELLO DI FALCONARA, immerso nel verde e nella cui grande torre centrale si allevavano i falconi da caccia: posto romantico e struggente, con esclusivo accesso al mare, a Butera, una zona ricca di suggestioni situata fra Licata e Siracusa.

 

E poi l’Hotel/ristorante MADISON, a picco sul mare, in un contesto straordinario dove il blu trasparentissimo di queste acque ed il bianco accecante della Scala dei Turchi si uniscono costituendo un panorama indimenticabile.

Per non parlare poi di VILLA ATHENA, hotel 5 stelle nel parco archeologico della Valle di Templi, con visibile di fronte, a 200 mt, il Tempio della Concordia in stile dorico (V sec. a.C.). Anch’essa immersa nel verde, si tratta di una dimora da favola di fine ‘700, colma di arredi ricercati che rammentano la nobiltà di persone e luoghi.

In questo tourbillon di eccellenze naturali ed umane, ho deciso di ascoltare le voci più lontane, le esperienze di chefs non italiani ma che con l’Italia hanno avuto ed hanno tuttora un rapporto di particolare affinità.

 

Vi presento VITALI SINAI, un israeliano di 39 anni che attualmente vive a Tel Aviv, ma che si è formato in Italia alla prestigiosissima scuola ALMA di Colorno, di cui fu rettore Gualtiero Marchesi dal 2002, e poi con Bruno Barbieri. Vitali ha lavorato, in seguito, al Bon di Philip Stark a Mosca e dal 2008 al 2016 con un suo ristorante in Israele, il Charly Check point. Gestisce ora l’Angry Monk a Belgrado.

– Come e quando è nata la tua passione per la cucina?

– E’ nata durante un lungo viaggio nel Sud America,

Brindisi con lo chef Vitali Sinai

precisamente nella città di Cuzco in Perù. Un giorno mio ​​cugino mi chiese di preparargli qualcosa da mangiare, qualcosa che lo sfamasse per davvero. Fu così che mi presentò una coppia locale, proprietaria di un piccolo ristorante, che mi fece entrare nella loro cucina e proprio allora, mentre cucinavo per mio cugino, scoprii di trovarmi a mio agio in quella situazione: quello era il posto giusto per me. Essere poi riuscito a cucinare con successo quella volta, ha scatenato in me la passione che ancora mi accompagna. Mia madre mi raccontava sempre che, fin da piccolo, adoravo aiutarla in cucina ed ero sempre molto curioso di sapere cosa stesse cucinando.

-Dove ti sei formato professionalmente e con quali maestri, se ce ne sono stati?

– La mia prima formazione professionale è stata con lo chef Oren Giron, che ha una sua propria scuola di cucina in Israele. Egli mi ha accompagnato attraverso un progetto chiamato “nati chefs” dove ho appreso da lui – “Grand diplome di Cordon Bleu” a Londra – tutte le basi della cucina e della pasticceria, facendomi anche conoscere speciali venditori e fornitori del mercato locale. Successivamente ho lavorato presso il ristorante Boya, al porto di Tel Aviv, al fianco dello chef Ofer Avgil che mi ha insegnato tantissimo, lavorando duramente. Al Boya ho scoperto l’amore per il pane e la pasticceria, che cuocevo in un forno di mattoni insieme alla pizza artigianale.
In seguito sono entrato all’ ALMA, la Scuola Internazionale di Alta Cucina Italiana con sede alla Reggia di Colorno, in provincia di Parma.
E poi, ancora, al ristorante Arquade dell’hotel Villa del Quar con lo chef Bruno Barbieri, da cui ho appreso la meticolosa attenzione ai piccoli dettagli, agli aromi della griglia e all’uso dei migliori ingredienti offerti dal territorio.

Appartieni dunque ad una specifica scuola di cucina ? 

– No, non ritengo di appartenere a una precisa scuola perché ho sempre voluto mantenere la mente aperta e disponibile verso culture e metodi nuovi e diversi.

– Puoi parlarmi della cucina kosher?

– La cucina kosher parla della storia della nazione ebraica…

Il cibo rappresenta sempre gran parte della cultura di un popolo: nella fattispecie gli ebrei hanno dovuto spostarsi in tutto il mondo a causa della loro storia, ma la cucina kosher li ha accompagnati ed aiutati a mantenere e tramandarsi metodi e ingredienti propri ed identificativi.
Kosher significa “adatto”, “idoneo”. Cucinare kosher significa che quel cibo può essere consumato da un ebreo osservante, per cui, nella preparazione, è necessario seguire un preciso insieme di regole religiose affinché il cibo servito sia reso appunto kosher: il più comune, p.es., è quello di separare i latticini dai prodotti a base di carne.
Comunque oggi il cibo kosher moderno è portatore di molta innovazione dal momento che è necessario pensare sempre fuori dagli schemi per riuscire a “trasmettere” te stesso, come chef, in un piatto.

 

Vitali, tu cucini principalmente asiatico, ma di cosa bisogna tener conto quando si cucina con contaminazioni di stili diversi?

– E’ necessario sempre osservare con puntualità le tecniche di base. Le regole base della cucina sono molto simili in tutto il mondo … tutti usiamo fuoco, acqua, aria e terra, ma sono poi le tecniche a fare la differenza. L’importante è saper padroneggiare le proprie tecniche.

-I punti in comune fra la cucina asiatica e quella mediterranea, secondo te.
Quando parliamo di dieta mediterranea, parliamo di grano, olio d’oliva e vite.

Questa è la base. Poi col tempo molti altri ingredienti provenienti dall’Estremo Oriente e dall’Ovest hanno trovato una loro collocazione all’interno della cucina mediterranea.

Quella asiatica è molto variegata ed articolata, per cui mi è ora un po’ complicato parlarne. Però un punto importante è l’uso della pasta: entrambe le cucine la usano molto, sebbene in forme e modi diversi (artigianale, lunga, corta, ripiena, ecc.). Altre materie prime in comune sono spesso funghi e aglio, oltre all’uso dei brodi utilizzati abilmente da entrambe le cucine.

 Come sei entrato in contatto con lo chef Pino Cuttaia, creatore dell’evento internazionale ‘Nnumari ?

– Io e l’Italia siamo legati da una lunga storia… La prima volta sono stato in vacanza con un mio amico nel 2004, pochi giorni che però mi sono rimasti impressi perchè ero venuto proprio per scegliere dove andare a studiare per la mia professione. In seguito ho vissuto in Italia dal 2005 al 2006, per un anno e mezzo, durante il mio Master in cucina italiana, periodo che mi ha permesso di conoscerla meglio e di apprezzare i grandi tesori che racchiude.

Ho sentito parlare per la prima volta di Pino Cuttaia proprio dal mio maestro Luciano Tona, che mi raccontò che Pino aveva in mente di realizzare un grande progetto per il Mar Mediterraneo e stava cercando chefs provenienti da tutti i suoi territori, compreso Israele.

Sono stato, quindi, molto onorato di ricevere l’invito a partecipare ad un evento così importante e di averne potuto prendere parte in maniera attiva: il progetto prevedeva che ogni chef rappresentasse la propria cucina locale; alla fine abbiamo scoperto di utilizzare tutti gli stessi ingredienti ma ognuno con caratteristiche peculiari.

Piatti tipici della cucina Kosher

Cosa ti piace di più della cucina mediterranea e del suo modus operandi?

– La sua ricchezza… la possibilità di poter disporre sullo stesso tavolo un calice di vino, del pesce fresco di mare, insalate variegate, verdure grigliate, olio d’oliva, formaggio fresco, erbe aromatiche, frutti colorati fantastici…

E’ questa l’immagine che ho sempre di fronte quando penso al miglior modo per conquistare il cuore delle persone.

Qual è allora il tuo “piatto del cuore”, quello che ti ricorda l’infanzia?

E’ la kuba hamusta, la zuppa di mia nonna Victoria. Una zuppa di brodo di pollo, zucchine e ceci con dentro gnocchi di semola ripieni di pollo. La fa ancora ogni venerdì a mezzogiorno per tutta la famiglia e tutti vengono a mangiarla per nutrire un po’ l’anima prima del nostro sabato.

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Babà, una storia che parte dalla Polonia e diventa simbolo del dolce napoletano più famoso https://www.winingpress.it/baba-una-storia-che-parte-dalla-polonia-e-diventa-simbolo-del-dolce-napoletano-piu-famoso/ https://www.winingpress.it/baba-una-storia-che-parte-dalla-polonia-e-diventa-simbolo-del-dolce-napoletano-piu-famoso/#respond Mon, 02 Dec 2019 17:55:50 +0000 http://wining.gebsoftware.com/?p=270 Marina Alaimo “Acino Ebbro” La città di Napoli in questo periodo prossimo al Natale è letteralmente presa d’assalto dai turisti. Oltre alla via dei presepi, che […]

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Marina Alaimo “Acino Ebbro”

La città di Napoli in questo periodo prossimo al Natale è letteralmente presa d’assalto dai turisti. Oltre alla via dei presepi, che rappresenta il principale richiamo, ci sono tanti eventi culturali su questo tema. Ma l’altro grande attrattore è decisamente il cibo. In questo settore la città ha mantenuto una vivace ricchezza di piatti e dolci tradizionali legati alla festività più amata nel mondo.
La magia del Natale qui si accende particolarmente nelle pasticcerie. Chi arriva nella città di Partenope, la sirena alla quale i greci hanno dedicato una delle loro colonie più amate, cerca forsennatamente gli indirizzi più autentici dove assaggiare le tante specialità: la più richiesta è puntualmente il babà, il dolce che è l’anima napoletana.
La pasticceria Mignone è uno dei templi del dessert più apprezzati dai partenopei. La ritroviamo in pieno centro storico, in piazza Cavour, proprio all’ingresso del famoso quartiere della Sanità, o anche dei Vergini, il suo nome più antico.
Una zona di grande fascino, tra i ricchi palazzi settecenteschi, il grande complesso monumentale dei padri Vincenziani e della chiesa di Santa Maria alla Sanità con le sue catacombe. Numerosi turisti arrivano da queste parti anche per la casa dove nacque Totò e per le tante botteghe e luoghi del cibo.
A pochi passi poi c’è il Museo Archeologico Nazionale che registra numeri giornalieri di visitatori da capogiro con la sua esclusiva esposizione di affreschi e mosaici di epoca romana arrivati dall’antica Pompei.

Ugo e Raffaele Mignone

Al grande banco pasticceria troviamo Ugo Mignone e suo figlio Raffaele, mentre è un continuo via vai di golosi. Il babà è il dolce maggiormente richiesto perché si sa che qui è particolarmente buono. Ma ci ritroviamo un’ampia varietà di leccornie secondo il gusto della tradizione. Ugo e Raffaele amano raccontare la storia importante e singolare legata a questo dolce che oggi si presenta nella tipica forma a fungo e ben imbevuto in uno sciroppo zuccherino a base di rhum. Risalendo le sue origini arriviamo in Polonia dove fu re Stanislao Leszczinski, famoso gourmet, ad ideare la ricetta durante il suo esilio nel Ducato della Loira.
Ma il babà come arriva a Napoli?
Re Stanislao era il suocero di Luigi XV al quale aveva data in moglie sua figlia Maria. Come spesso è accaduto per altri matrimoni tra reali di diversa origine, le culture polacche e francesi si contaminarono vicendevolmente anche in cucina. Il babà polacco aveva forma di cupola al fine di richiamare la basilica di Santa Sofia di Costantinopoli. Era bagnato nel Madeira, arricchito con zafferano, uvetta appassita e portava il nome di Alì Baba, il protagonista delle Mille e Una Notte (all’epoca l’Oriente andava di gran moda).
Arrivata a Versailles, Maria portò con sé anche Stohrer, il pasticcere alla corte di Stanislao. L’intraprendente pastry chef aprì in proprio una pasticceria al numero 52 di rue Montorgueil, dove tutt’oggi si preparano babà nella forma che lui cambiò. Un fungo brunito e lucente imbevuto nella bagna di acqua, zucchero e rhum, il distillato in voga a corte di Re Luigi XV.

Via Toledo a Napoli, ai primi del Novecento

In quel periodo storico Napoli era una illuminata e fervente capitale europea, in competizione con la magnifica Parigi dalla quale faceva arrivare molti chef e pasticceri per le grandi feste a palazzo reale, ma anche nelle famiglie nobili che orbitavano tra la corte regale. Non si sa esattamente chi lo abbia introdotto nel regno dei Borbone, ma sappiamo che a Napoli il babà diventa famoso. Un dolce cult, grazie anche al fatto che le pasticcerie ai primi del Novecento lo proponessero come dolce da passeggio o da banco nelle zone di maggiore passaggio, come la stazione centrale a piazza Garibaldi, e la bellissima via Toledo, la strada dello shopping, vicina al grande Teatro San Carlo, e delle caffetterie più in voga.
Una storia così affascinante che potrebbe essere protagonista di un bel film, ma che racchiudiamo in pochi morsi, seppure ricchi di sapore e sofficità.

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Cous Cous Fest: a San Vito Lo Capo appuntamento con la Koiné del Mediterraneo https://www.winingpress.it/cous-cous-fest-a-san-vito-lo-capo-appuntamento-con-la-koine-del-mediterraneo/ https://www.winingpress.it/cous-cous-fest-a-san-vito-lo-capo-appuntamento-con-la-koine-del-mediterraneo/#respond Thu, 28 Nov 2019 18:21:23 +0000 http://wining.gebsoftware.com/?p=288 di Daniela De Morgex Mi sorprendo spesso a riflettere sui valori fondanti di certi eventi a cui partecipo e sui quali ci si ritrova poi a […]

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di Daniela De Morgex
Mi sorprendo spesso a riflettere sui valori fondanti di certi eventi a cui partecipo e sui quali ci si ritrova poi a scrivere in parecchi, ovviamente ognuno raccontando e valutando à sa façon personaggi, luoghi, degustazioni e magari splendide organizzazioni. E ciò è successo anche per il COUS COUS FEST 2019 di S. Vito Lo Capo, in provincia di Trapani.

I tre piatti finalisti al Campionato Italiano di Cous Cous

Essere in giuria per il Campionato italiano Bia Cous Cous che selezionava lo chef italiano chiamato poi a far parte della squadra Italia al Cous Cous Fest World Championship.
Incontrare ragazzi ricchi di entusiasmo, grinta e determinazione, giovani promesse della cucina italiana ai quali auguro un grande futuro perché veramente meritevoli di raggiungerlo. Ed intuire che qui la parola chiave è condivisione: condivisione di stati d’animo e di aspettative, di ansia, paura, speranze ed anche delusione. Ognuno di loro con caratteristiche e temperamenti diversi, ma tutti molto professionali e curiosi di sperimentare e di presentare la propria nuova creazione sperando di stupire giurati ed assaggiatori.

Massimiliano Poli, vincitore del Campionato Italiano Cous Cous

Salvatore Denaro, secondo classificato al Campionato Italiano Cous Cous

Anche se ne hanno già scritto, voglio ricordarli nuovamente i nomi di questi ragazzi: Massimiliano Poli (Milano), vincitore del Campionato italiano Bia Cous CousSalvatore Denaro (Messina), Carlotta Ricciardelli (Roma), Laura Bonoli (Bologna) e Marco Parenzan (Treviso) sono stati tutti gli chefs italiani “emergenti” di questa splendida edizione. 
Grande vincitrice finale dell’edizione 2019 del Cous Cous Fest World Championship è stata invece la senegalese Mareme Cisse, del ristorante della Cooperativa sociale Al Karub di Agrigento, con il suo piatto “couscous di Falilou”, dedicato a suo figlio Falilou Diouf.

E’ veramente arduo trasmettere l’atmosfera coinvolgente della cittadina, in quelle giornate, soltanto attraverso un racconto: è tutto un gran fermento, una partecipazione diffusa dove tutte le cucine di S. Vito sono coinvolte nel tourbillon gastronomico dell’evento Cous Cous Fest.
Ho chiacchierato a lungo con persone appassionate ancor prima che bravi chefs, come Giuseppe Massimo Peraino del Ristorante TannureVincenzo Caradonna de La Pineta, nonchè l’ormai “storico” conduttore della manifestazione e cittadino onorario di San Vito, Andy Luotto.
Perché cucinare, preparare il cibo, assaporarlo è un’esperienza che fa parte di tutti noi. Farlo insieme ad altri è uno dei momenti del vivere comune: la convivialità e l’ospitalità sono simboli forti ma naturali.

Da sempre l’uomo ha raccontato di banchetti e feste legati ad avvenimenti importanti, a momenti di incontro che restano incisi nella memoria. Oggi, rispetto a ieri, è il cibo stesso a diventare esperienza di convivialità come protagonista della tavola e come stimolatore dei nostri sensi. E spesso oggi è la vista che primeggia rispetto al gusto, complici i socials ed i food bloggers che ne immortalano di continuo la bellezza attraverso la fotografia: si ruba l’immagine golosa in una sorta di viralità diffusa sul web che alla fine però spersonalizza, e a volte anche umilia, l’autore di tanta perfezione culinaria. Nell’attuale pseudo-condivisione social non è più il “reale” che si condivide ed alla fine l’unico senso che utilizziamo è appunto la vista.

Uno scorcio di San Vito Lo Capo

In altri tempi si condivideva la ricetta ed il risultato restava nelle mani del suo autore che, se voleva, lo condivideva poi invitando amici, parenti o clienti: oggi il concetto di tavola e di cibo nel suo significato arcaico, cioè di presenza umana e di confronto verbale, è spesso assente. Nonostante tutto ciò, i socials (ed i media) permettono altro. Permettono l’incontro di culture lontane e di diversità. Permettono lo scambio di conoscenze e tradizioni, di esperienze e gusti diversi in un’atmosfera, a volte, di competitività sana ed interessante. Ecco, questo è il Cous Cous Fest …

“Voleva essere salato”, il piatto di Carlotta Ricciardelli

Cous cous, piatto molto conosciuto nella nostra cucina, specie quella siciliana: fino a 40 anni fa i siciliani andavano e venivano dalla Tunisia e molti addirittura vi emigrarono, pertanto sono stati probabilmente proprio i siciliani a creare questo pietanza, magari con metodi e tempi differenti rispetto alla tradizione tunisina.
Il cous cous ha come base una semola impastata, attraverso il rituale dell’incocciatura, cioè la sgranatura a mano di questa semola, che dopo essere stata cotta col vapore di un brodo  di carne o pesce, viene poi
insaporita con spezie e verdure. E qui diventa simbolica anche la tipica azione aggregante della semola che poi dalla mano dell’uomo viene sgranata e riportata alla forma originaria dei grani disgiunti. 
In Africa e nei Paesi arabi il cous cous è servito in un grande piatto centrale da dove si attinge con le dita della mano destra prendendo il cous cous insieme a pezzi di carne o pesce. 
In questa maniera il cous cous diventa elemento di effettiva relazione sociale consumato nel contempo da tutti i commensali che entrano in diretto contatto col cibo, e a volte anche con le mani dell’altro, senza gerarchie né temporali né quantitative, a differenza delle civiltà occidentali dove, p.es., il capo famiglia veniva servito sempre per primo ed in maniera più abbondante rispetto agli altri componenti la famiglia.

Il cous cous è il piatto che ha condotto alla koinè storica e gastronomica dei popoli del Mediterraneo, una cultura versatile alle esigenze dell’uomo che si spostava di continuo: in fondo è la metafora dell’immigrazione, l’alimento simbolo del migrante, in una visione in cui il cibo torna ad identificarsi con una cultura specifica perché non si può negare l’esistenza di un vero e proprio shock culturale quando si vive quel sentimento di spaesamento e di incapacità a comprendere i nuovi meccanismi sociali in cui si è inseriti.
Pertanto condividere un’abitudine alimentare rappresenta un atto di grande accoglienza ed accettazione di ciò che è diverso da noi, è un preciso messaggio di volontà di integrazione sociale e culturale dove la miglior risposta dovrebbe risiedere in un rispetto reciproco. Un pasto consumato insieme costituisce quindi un momento di incontro fra diverse culture e ne favorisce l’integrazione, così come la commistione culturale genera sempre anche contaminazioni culinarie. Ed è perciò che, all’insegna della solidarietà fra i popoli, ho trovato perfetto il motto creato per questa edizione del Cous Cous Fest : MAKE COUS COUS NOT WALLS  

www.couscousfest.it

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Annabelle, nel Golfo di Sorrento l’Agriresort che ricorda l’otium romano https://www.winingpress.it/annabelle-nel-golfo-di-sorrento-lagriresort-che-ricorda-lotium-romano/ https://www.winingpress.it/annabelle-nel-golfo-di-sorrento-lagriresort-che-ricorda-lotium-romano/#respond Thu, 19 Sep 2019 12:46:48 +0000 http://wining.gebsoftware.com/?p=163 di Marina Alaimo “Acino Ebbro” E’ sempre più di tendenza associare il piacere dell’ospitalità in albergo con l’agricoltura locale. Sulla costa di Sorrento questo modo di fare, anche […]

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di Marina Alaimo “Acino Ebbro”

E’ sempre più di tendenza associare il piacere dell’ospitalità in albergo con l’agricoltura locale.
Sulla costa di Sorrento questo modo di fare, anche se in misura minore nei tempi recenti, è sempre stato di casa. Qui l’orto spesso accompagna il buon pescato giornaliero, fra l’altro di eccellente qualità. La terra fertile, grazie alla furia del Vesuvio, ha permesso di consolidare una tipologia di agricoltura altamente qualificata con una varietà di biodiversità invidiabile.

Sulle colline punteggiate dagli olivi, sopra la bellissima Sorrento, l’Agriresort Annabelle ha puntato molto sui prodotti della terra. La storica dimora di fine Ottocento è circondata dai vecchi limoneti, da un orto dove in questa stagione si tingono ancora di rosso fuoco i pomodori sorrentini, insieme ai peperoni, alle melanzane napoletane, alle tante insalate di stagione. I proprietari, Salvatore e Anna Maria Ercolano, hanno voluto un percorso di indubbia bellezza, profumatissimo, che costeggia la piscina panoramica. Anche la vigna di Piedirosso fa bella mostra di sé: guarda sul mare con fierezza, offrendo il ristoro di una sosta che raggiunge l’ebbrezza. Il silenzio in questo luogo fiabesco rappresenta un valore aggiunto importante per chi cerca relax.

In cucina troviamo il giovane chef Luigi Sorrentino (nomen omen), classe 1985, pronto ad accogliere gli ospiti con i prodotti raccolti personalmente nell’orto. Sorrento vanta una sua cucina molto varia e golosa, dove si incontrano formaggi e latticini dei Monti Lattari (la catena montuosa che costeggia il mare), il pescato, l’orto, gli agrumi e un eccellente olio extravergine di oliva. Un patrimonio notevole dal quale Luigi trae ispirazione in piena serenità. Non manca mai in antipasto la caprese con il fior di latte di Agerola e i pomodori dell’orto di Annabelle. Così come – fra i primi piatti – i ravioli alla sorrentina, ripieni di ricotta e conditi con salsa al pomodoro, o anche nella versione estiva che li vuole golosamente farciti con crema di melanzane del proprio orto.

Delicato e imperdibile il calamaro ripieno di scarola, una delle verdure più amate dai napoletani; poi olive, capperi e erbe aromatiche coltivate in proprio.

Anche nel settore della pasticceria, Sorrento mette in mostra le sue specialità che spesso vedono protagonista il limone storico di questo areale, l’Ovale di Sorrento o Massese, profumatissimo e molto utilizzato anche in cucina. Appena raccolto si rivela un prodotto straordinario: proprio con questo lo chef ama preparare per i suoi ospiti la richiestissima delizia al limone, la caprese bianca con le mandorle, ma anche i dessert di propria invenzione.

Un posto così bello e piacevole fa molto pensare al concetto romano dell’otium, una condizione mentale che si distacca dallo stress dell’operosità, ritrovando la parte migliore del proprio essere, pronto poi a nuove ispirazioni.

Annabelle AgriResort: via Nastro Verde 34 bis, Località Priora Sorrento (Napoli).

www.annabelleresort.it

 

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Mandrarossa Vineyard Tour, la vendemmia a Menfi con gustoso contorno di “MandraChef” https://www.winingpress.it/mandrarossa-vineyard-tour-la-vendemmia-a-menfi-con-gustoso-contorno-di-mandrachef/ https://www.winingpress.it/mandrarossa-vineyard-tour-la-vendemmia-a-menfi-con-gustoso-contorno-di-mandrachef/#respond Wed, 11 Sep 2019 13:13:46 +0000 http://wining.gebsoftware.com/?p=190 di Manuela Zanni A calici vuoti, con ancora il blu del mare ed il  verde delle vigne negli occhi ed il gusto dei prodotti locali in […]

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di Manuela Zanni
A calici vuoti, con ancora il blu del mare ed il  verde delle vigne negli occhi ed il gusto dei prodotti locali in bocca, dobbiamo ammettere, a malincuore, la fine dell’edizione 2019 Mandrarossa Vineyard Tour, l’appuntamento fisso ed immancabile per enoappassionati e non solo.
Quella di quest’anno è stata, sicuramente, un’edizione speciale che denota una crescita qualitativa degna di nota da parte di un’azienda in continua evoluzione che non si adagia mai.
Le vigne, i vini, la cucina e la natura del Menfishire hanno fatto il resto rendendo l’evento cult dell’azienda vitivinicola di Menfi, anche quest’anno un’ occasione unica di trascorrere un weekend tra mare e vigne dedicato alla scoperta delle eccellenze del territorio e alla valorizzazione del patrimonio ambientale e culturale della Sicilia sud-occidentale.

Oltre alle degustazioni e ai banchi d’assaggio, quest’anno si è svolta una interessante tavola rotonda dal tema “Storie e territori di successo: i protagonisti si raccontano”, moderata da Andrea Gabbrielli, autorevole e storica firma del giornalismo enogastronomico italiano, con l’obiettivo di narrare le storie raccontate dai portavoce di territori che hanno visto nella valorizzazione e nella salvaguardia dei prodotti e delle tradizioni enogastronomiche la chiave per promuovere e dare nuova linfa vitale all’intero comprensorio.
Un’antologia di racconti d’Italia a lieto fine che hanno evidenziato  le storie di terre ricche d’incanto che rischiavano di essere dimenticate, di tradizioni riscoperte e di coraggiosi artigiani del gusto.

 

“Quella di quest’anno – ha affermato Giuseppe Bursi, Presidente di Cantine Settesoli – è stata un’edizione ancora più ricca non solo per la quantità delle attività ma anche, e soprattutto, per il salto di qualità che abbiamo voluto far fare a questa manifestazione ormai radicata nel territorio. Il nostro intento in questa occasione è stato portare in Sicilia la testimonianza di altre aree enogastronomiche italiane, che hanno creato e alimentato la propria buona reputazione a partire dai vini – o dai prodotti alimentari – che da sempre hanno caratterizzato il loro territorio di appartenenza. Menfi viene riconosciuta come un’area d’eccellenza ed elezione della viticoltura siciliana; dunque ci è sembrato utile mettere a confronto diverse esperienze cercando di imparare da chi nel passato, anche recente, ha operato bene in questo settore. Vogliamo che questo evento diventi sempre più un’occasione importante per condividere strategie e risultati, e per tracciare la via che porterà, anche a Menfi, alla riscoperta di un’area ricchissima di cultura storica ed enogastronomica e di paesaggi marini e vitati mozzafiato, che anche le Cantine Settesoli, con vigneti localizzati su tre provincie e dieci comuni, hanno contribuito e tuttora contribuiscono a tutelare e promuovere”.


“Quella di quest’anno – ha affermato Giuseppe Bursi, Presidente di Cantine Settesoli – è stata un’edizione ancora più ricca non solo per la quantità delle attività ma anche, e soprattutto, per il salto di qualità che abbiamo voluto far fare a questa manifestazione ormai radicata nel territorio. Il nostro intento in questa occasione è stato portare in Sicilia la testimonianza di altre aree enogastronomiche italiane, che hanno creato e alimentato la propria buona reputazione a partire dai vini – o dai prodotti alimentari – che da sempre hanno caratterizzato il loro territorio di appartenenza. Menfi viene riconosciuta come un’area d’eccellenza ed elezione della viticoltura siciliana; dunque ci è sembrato utile mettere a confronto diverse esperienze cercando di imparare da chi nel passato, anche recente, ha operato bene in questo settore. Vogliamo che questo evento diventi sempre più un’occasione importante per condividere strategie e risultati, e per tracciare la via che porterà, anche a Menfi, alla riscoperta di un’area ricchissima di cultura storica ed enogastronomica e di paesaggi marini e vitati mozzafiato, che anche le Cantine Settesoli, con vigneti localizzati su tre provincie e dieci comuni, hanno contribuito e tuttora contribuiscono a tutelare e promuovere”.

Come ogni anno la vendemmia è stata protagonista del Mandrarossa Vineyard Tour, condivisa con i partecipanti per  trasformare il rito del raccolto dell’uva in un’occasione di condivisione e convivialità sotto la guida esperta dei vignaioli di Menfi attraverso gli splendidi vigneti che si affacciano sulle spiagge della Sicilia sud-occidentale.

Fiore all’ occhiello di questa edizione è stata il MandraChef, la divertente “sfida” all’ultimo boccone tra  Valeria Raciti, vincitrice di Masterchef 2019, e Andrea Lo Cicero, testimonial Mandrarossa che si sono cimentati  nella rielaborazione e preparazione dal vivo  delle ricette tradizionali custodite dalle Signore menfitane della Cucina Mandrarossa interpretando le busiate, pasta fresca locale, con ricotta, pistacchi o con pomodoro fresco, muddica atturrata e scorza d’arancia.

Il dolce, poi, è stata una duplice interpretazione dell’ovo incannulato, dolce tipico locale costituito da una cialda di uovo ripiena secondo Valeria con ricotta, cioccolato di Modica e scorzette di arancia e, secondo Andrea con caffè, ricotta e crema di mandorle.
A decretare la “vittoria” di entrambi ex aequo un pubblico attento di appassionati e operatori del settore.

Ampio spazio anche a due  degustazioni  di cui una dedicata a “I Vini dell’estate”,  più freschi ed intriganti perfetti per essere sorseggiati in riva al mare: Calamossa, Chenin Blanc Brut, Urra di Mare, Fiano, Chardonnay, Cala Dei Tufi e l’altra a “I vini da suoli calcarei”, assaggio dedicato ai vini top di Mandrarossa: Grecanico, Chardonnay, Bertolino Soprano, Cartagho, Terre del Sommacco, tutti vini che rappresentano, ciascuno a modo proprio, una perfetta interpretazione del territorio.

 

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