Interviste – WiningPress https://www.winingpress.it Wed, 20 May 2020 16:15:43 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.3.4 Parla Antonio Rallo (presidente DOC Sicilia): “Idee e strategie per conquistare i mercati mondiali, nonostante la crisi” https://www.winingpress.it/parla-antonio-rallo-presidente-doc-sicilia-idee-e-strategie-per-conquistare-i-mercati-mondiali-nonostante-la-crisi/ https://www.winingpress.it/parla-antonio-rallo-presidente-doc-sicilia-idee-e-strategie-per-conquistare-i-mercati-mondiali-nonostante-la-crisi/#respond Wed, 20 May 2020 10:55:40 +0000 https://www.winingpress.it/?p=977 (U.G.) Antonio Rallo è stato riconfermato lo scorso marzo alla presidenza del Consorzio di Tutela Vini Doc Sicilia che ha anche allargato il Consiglio d’amministrazione a […]

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(U.G.) Antonio Rallo è stato riconfermato lo scorso marzo alla presidenza del Consorzio di Tutela Vini Doc Sicilia che ha anche allargato il Consiglio d’amministrazione a 12 componenti. Contitolare con la sorella José e la madre Gabriella dell’azienda Donnafugata, è certamente uno dei produttori più noti e lungimiranti del panorama enologico nazionale. In una contingenza delicata, che ha messo in grave difficoltà tutta l’economia mondiale, il settore vino non fa eccezione. Antonio Rallo è un osservatore privilegiato e in questa intervista a tutto campo fa il punto della situazione dei vini siciliani, in grande ascesa ovunque, prima dell’emergenza Covid, svelando i progetti per continuare a promuoverli sempre e comunque.  

Quali difficoltà specifiche stanno attraversando i produttori di DOC Sicilia in conseguenza della crisi sanitaria ed economica dovuta al Covid-19?
Il comparto del vino italiano vale intorno agli 11 miliardi di euro e – causa crisi – perde 350 milioni di euro al mese di fatturato. Il vino siciliano non è immune e subisce un calo mensile in media del 40% in volume di bottiglie vendute. Le perdite però sono differenziate: risultano più penalizzate le aziende che chiudono la filiera, presenti soprattutto nel settore del consumo fuori casa: la ristorazione, le enoteche e i wine-bar. Parlo di quei vini venduti di solito a prezzi superiori perché di qualità superiore. Questo si spiega perché da febbraio a pochi giorni fa il lock down ha riguardato tutto il mondo con un effetto a catena, a causa dei locali chiusi: l’asporto ha potuto ben poco. In questo settore specifico – la ristorazione – registriamo un crollo del 90% del fatturato. Non solo: da tre mesi scontiamo duramente lo stop delle visite in azienda, considerato che il trimestre marzo-maggio è vitale per il turismo del vino anche da noi in Sicilia.  

E nella GDO va meglio?
Ottima performance nel settore GDO e nei canali online. La Sicilia è cresciuta bene in questi mesi. Soprattutto per l’e-commerce è stato apprezzato l’ottimo rapporto qualità prezzo della produzione siciliana: i vini bianchi sono risultati campioni d’incasso in molti siti. Nel complesso però, dal punto di vista economico, le vendite GDO e l’online valgono una piccola fetta rispetto ai canali della ristorazione e dell’HoReCa.  

Qual era l’andamento dell’export dei vini DOC Sicilia fino al febbraio scorso?
I primi due mesi sono andati molto bene sia in Italia che all’estero. Il trend per la Sicilia è favorevole. Abbiamo spinto parecchio, grazie all’attività promozionale del Consorzio, verso i mercati principali: Stati Uniti, Canada, Cina, Germania ci hanno portato in dote la fidelizzazione dei consumatori verso il vino siciliano. Non vorremmo sprecarla in futuro, per colpa del lock-down. Ma non conosciamo ancora i numeri precisi relativi ai primi due mesi perché risulta complicato estrapolare i dati dai siti di partenza dei vini per l’estero: i vini siciliani non fanno quasi mai dogana dalla Sicilia e i numeri risultano falsati. Dai dati del Consorzio, comunque, i primi due mesi sono stati ottimi per il nostro export. Ad eccezione dell’Asia dove già a fine gennaio erano stati cancellati gli ordini e qualche produttore ha perso la vendita.   

Com’è andato l’imbottigliamento nel primo quadrimestre 2020?
Ovviamente è in calo per tutte le tipologie: registriamo un – 17 % dei bianchi e un – 8% fra i rossi. Tiene meglio il Nero d’Avola (-5%), rispetto al Grillo (-13%).

Quanto pesa l’export del vino siciliano verso il mercato asiatico?
La quota dei nostri vini superava il 10% su questi mercati. E’ il mercato dove – prima del Covid-19 – crescevamo di più. Le nostre etichette hanno sempre venduto molto bene in Giappone e stavano  spingendo parecchio anche in Cina e in Corea del Sud senza dimenticare i nuovi mercati dei paesi “giovani” consumatori di vino come Vietnam, Malaysia e Thailandia.
Se nei mercati asiatici la riapertura avverrà in tempi rapidi, stimiamo di poter recuperare ancora nel 2020, addirittura con un piccolo margine di crescita. Ovviamente il nostro principale mercato di riferimento è rappresentato dagli Stati Uniti mentre in Europa siamo forti in Germania e Gran Bretagna. Ma con tutti i locali chiusi o in riapertura da poco, le vendite sono state praticamente inesistenti o quasi.

Quali sono i territori del vino siciliano più penalizzati in questo momento?
Dalle nostre rilevazioni settimanali risulta che Grillo e Nero d’Avola continuano ad andare molto bene. Ovviamente soffrono di più i vini tipici da ristorazione: per esempio la parte alta di gamma della DOC Sicilia, così come le altre DOC siciliane. In particolare tutti quei vini bevuti nel consumo fuori casa, come per esempio quelli della DOC Etna, più penalizzati per i prezzi medio-alti.

Il vino invenduto sarà dirottato alla distillazione?
Ad oggi le giacenze in cantina sono ancora inferiori a quelle dell’anno scorso, a pari data, ma è un vantaggio che gradualmente sta svanendo. La Sicilia però è in una posizione migliore, rispetto al resto del Paese, perché la nostra vendemmia 2019 è stata eccezionale per qualità ma scarsa per quantità. Siamo partiti con giacenze basse e vini molto buoni. Tutte le cantine sociali dell’isola stanno continuando a vendere molto bene e non abbiamo grandi giacenze. Ovviamente il mercato è globalizzato: perciò il calo dei consumi ancora in atto vedrà le giacenze consolidarsi. Siamo quasi in vista della vendemmia e speriamo tutti in una ripresa delle vendite. Noi vediamo positivamente la distillazione di alcune quantità di prodotto in giacenza anche se ci dispiace moltissimo veder bruciare alcune tipologie di vini prodotti con così tanta passione e fatica. Vediamo con favore la soluzione distillazione in particolare per i vini bianchi, non solo da tavola ma anche IGT e DOC, fatta a prezzi differenziati per tipologie. In Sicilia la resa media dei vini è stata 40 ettolitri per ettaro, e negli anni scorsi non abbiamo mai superato i 50. Non possiamo svendere a pochi centesimi per litro perché andremmo in perdita e metteremmo a rischio l’intero vigneto Sicilia.

Qual è la situazione OCM paesi terzi? C’erano 2 miliardi di euro da investire…
Li stiamo utilizzando, eccome! Ci riuniamo in Cda ogni settimana proprio per monitorare la situazione dei mercati. Negli Stati Uniti abbiamo creato già nei mesi di gennaio e febbraio – a causa dell’incertezza dazi – una campagna di “mantenimento”. Stiamo continuando ad investire, con il freno a mano tirato, causa pandemia. In Cina abbiamo frenato in febbraio, ma a marzo abbiamo ripreso gli investimenti per la comunicazione – in collaborazione con l’ufficio ICE di Pechino – attraverso l’utilizzo del canale digital. Noi siamo determinati e fiduciosi: prevediamo entro la fine dell’anno di riproporre quegli appuntamenti sulla formazione del vino siciliano che hanno portato numerosi stakeholders del vino cinese a conoscere e approfondire la loro cultura sul vino siciliano. Assicuro che tutto le iniziative già decise per promuovere il vino siciliano nel 2020 saranno comunque realizzate. Al momento siamo più focalizzati sulle attività social e sugli articoli giornalistici. Presto ripartiremo con le attività sul campo, come le degustazioni a gruppi – nel rispetto delle regole di sicurezza – che riteniamo fondamentali in un mercato ancora giovane per il vino come quello asiatico.

Quai sono i numeri di DOC Sicilia oggi e in proiezione 2020?
Nel 2019 hanno prodotto vini DOC Sicilia 8354 viticoltori; 461 sono le aziende che confezionano DOC Sicilia. Il vigneto della DOC è vasto circa 25 mila ettari. Abbiamo superato 95 milioni di bottiglie nel 2019 con un incremento del 19% rispetto al 2018. Nel 2020 – vista l’attuale contingenza – speriamo di chiudere in pareggio, ma con ogni probabilità avremo una leggera flessione. In Cda ci incoraggiamo a vicenda dicendoci: l’importante è che la fetta della torta DOC Sicilia sia sempre più grande. La presenza dei nostri vini sui mercati continua a crescere e se nel 2020, nel mondo, si berranno meno bottiglie … pazienza! Ce ne faremo una ragione, ma non molliamo e non sarà certo un virus a fermarci! DOC Sicilia attualmente è fra le prime quattro DOC in Italia per bottiglie prodotte.

Dal gennaio 2021 sarà introdotta la fascetta numerica per i vini DOC Sicilia che saranno controllati proprio come una DOCG: con quali vantaggi concreti per produttori e consumatori?
La tracciabilità è fondamentale. Migliora la capacità di controllare e tutelare sia il produttore che il consumatore per evitare che finiscano sul mercato bottiglie con etichetta non corrispondente al contenuto. Siamo molto contenti di passare al contrassegno di verifica. Abbiamo dato tempo ai piccoli produttori di adeguare le linee di imbottigliamento, accogliendo la richiesta di poter posticipare l’utilizzo della fascetta. La forza intrinseca della DOC Sicilia risiede nella grande varietà di aziende associate: da quelle piccole e molto piccole alle medie e grandi realtà come le cooperative. Alla fine si riesce sempre a trovare una sintesi per il bene generale della filiera enologica siciliana.

Ci sono però dei produttori che imbottigliano DOC Sicilia fuori regione…
Sì, ci sono, come in tutte le DOC italiane e non. Sono produttori in possesso delle deroghe previste dalla legge e possono imbottigliare DOC Sicilia fuori dall’isola. Lo prevedono i regolamenti comunitari. Preciso che non ci saranno nuove aziende extra-Sicilia che potranno imbottigliare fuori dall’isola. Potranno farlo solo quelle che a suo tempo hanno ottenuto questa deroga dal Ministero. Esistono i controlli su tutti i vini imbottigliati DOC Sicilia – inclusi quelli fuori regione – eseguiti dal Consorzio insieme all’ICQRF. In futuro, grazie all’introduzione della fascetta, i controlli saranno più vincolanti. Tutti i nostri produttori percepiscono la nostra DOC come una denominazione molto controllata. Il Consorzio esegue prelievi sui campioni di vini, non solo nella GDO italiana, ma anche all’estero, sui siti della distribuzione online e sui monopoli. Verifichiamo che nelle bottiglie di vino DOC ci sia solo vino proveniente da uve coltivate nella nostra isola.

Dal 2017 Nero d’Avola e Grillo possono apparire in etichetta solo come DOC Sicilia. Perché questa scelta? Alcuni produttori che non l’hanno condivisa hanno fatto ricorso al TAR del Lazio – che ha dato loro ragione – ma poi il Consiglio di Stato si è opposto alla sentenza del TAR ripristinando la situazione favorevole per il Consorzio. Perché questo contenzioso?
Bisogna fare un po’ di storia e tornare indietro. Prima di DOC Sicilia c’era IGT Sicilia, denominazione questa che permetteva di valorizzare e proteggere il tesoro del produttore siciliano scrivendo in etichetta il nome della nostra isola. Un marchio conosciuto in tutto il mondo. Nella classifica dei marchi italiani più famosi, troviamo nell’ordine Italia, Toscana e Sicilia. Un grandissimo valore per noi. Abbiamo tutelato il marchio Sicilia prima con una IGT e poi, dal 2012, con una DOC. La DOC, rispetto ad una IGT, consente maggiori e puntuali controlli su tutto il vino commercializzato, attraverso analisi chimiche ed organolettiche, mentre sull’IGT le verifiche si fanno a campione. Passare a DOC ha significato maggior controllo e protezione del nome Sicilia con vantaggi per produttori e consumatori. Successivamente, dal 2017, abbiamo pensato di proteggere i due vitigni autoctoni di maggior successo: Grillo e Nero d’Avola. Nel farlo siamo stati tutti uniti, almeno al 99,5%. Anche altre DOC possono indicare in etichetta il nome del vitigno, vedi DOC Noto, DOC Vittoria, per fare esempi. Ricordo le parole di un dirigente dell’assessorato regionale all’Agricoltura che stimolarono noi produttori: da analisi fatte, sembrava che ci fosse molto più Nero d’Avola di quanto effettivamente coltivato sull’isola. Ciò dipendeva dal fatto che con l’IGT non si riusciva ad avere in controllo puntuale- Sappiamo benissimo che un vino IGT può subire il taglio con vini provenienti da altre regioni, ma non è il caso di IGT Sicilia. Il grande lavoro svolto dall’IRVO (Istituto Regionale Vino e Olio), organo regionale di controllo, grazie anche alla piattaforma su cui transitano tutte le nostre produzioni e grazie al lavoro del Consorzio, ci ha permesso di tutelare i due vitigni principali, di valorizzarli e promuoverli. Un Consorzio ha la capacità di farlo anche in rappresentanza delle piccole aziende siciliane che non dispongono dei mezzi necessari. Non solo: le campagne organizzate da DOC Sicilia hanno permesso a molti consumatori di conoscere più velocemente questi due vitigni e di avvicinarsi ai vini che ne derivano.

Parliamo del contenzioso. Sia il Ministero delle Politiche Agricole, che la Regione Sicilia e DOC Sicilia si sono opposti alla sentenza del TAR del Lazio che dichiarava illegittimo l’obbligo di indicare in etichetta Nero d’Avola Grillo solo come DOC Sicilia. Il Consiglio di Stato ha accolto il nostro ricorso con una sospensiva. Il giudizio sul merito ci sarà a fine maggio. Noi siamo assolutamente convinti della bontà del nostro progetto. Qualche produttore, inizialmente dubbioso, poi si è dichiarato d’accordo. Darsi delle regole – nella DOC – porta ad avere più controlli sulle produzioni: bisogna attendere la certificazione per commercializzare i propri vini, ma poi dall’altra parte se si crea un valore si ha un maggiore apprezzamento sul mercato. Capisco bene: c’è chi fonda sul proprio marchio la forza della propria azienda; e c’è chi, invece, riconosce grande valore ai vitigni del territorio per costruire il successo della propria azienda in sinergia con il proprio marchio.
Faccio una considerazione più ampia, guardando fuori dalla nostra regione, dove non ci sono grandi aziende: il primo produttore di vini in Italia fa 600 milioni di euro di fatturato; negli Stati Uniti, la Gallo arriva a 4 miliardi di fatturato. Quando andiamo su mercati nuovi come la Cina capiamo al volo perché noi, come Italia, stentiamo ad imporci, perché in fondo siamo ancora piccoli di dimensioni. Ci manca il budget degli altri e la capacità di fare sistema, che in passato non avevamo, ma oggi sì: come DOC Sicilia, tutti insieme siamo più forti.

Il contenzioso? Non vogliamo che nessuno venga danneggiato. Prima avevamo tentato un accordo con gli autori del ricorso al Tar, ma a questo punto la palla è passata ai giudici. Non ci sono più margini di trattativa. Chiarisco una volta per tutte: il Cda e l’assemblea della DOC Sicilia non vogliono danneggiare nessuno. Ma ognuno è libero di pensare e agire diversamente.

La querelle con la Puglia sul Primitivo. Qual è la posizione del Consorzio che lei presiede?Non riesco a capire i termini della questione. La Puglia può coltivare il Nero d’Avola e la Sicilia può coltivare il Primitivo. Poi, come dicono gli americani, full stop. Non aggiungo altro. E’ stato chiarito tutto dall’assessore regionale siciliano all’Agricoltura. Non ci sono richieste da parte della Sicilia per cambiare lo stato delle cose in quest’ambito, né ci sono richieste, dalla Sicilia, per poter inserire il nome del Primitivo in etichetta. Ricordiamoci sempre che il Nero d’Avola può essere coltivato in altre regioni: questa è la situazione.

Quando avremo alle spalle la crisi Covid, quale sarà il primo passo che farete per consolidare e valorizzare il brand Sicilia?
Nei prossimi due mesi daremo il via a una nuova campagna promozionale in Italia e in Germania. Abbiamo deciso di rallentare e aspettare il momento giusto per ripartire con i nostri piani, approvati a febbraio in assemblea. Andremo avanti con attenzione, seguendo tutti i mercati. E’ certo però che nei prossimi mesi vedrete più Sicilia in tutti canali, dai televisivi al digitale. Una vera e propria campagna promozionale ben articolata e capillare.

Per muovervi fisicamente invece…
Ci vorrà del tempo. Al momento DOC Sicilia opera parecchio sui social. Stiamo continuando a spedire campionature a tutti gli appassionati dei vini siciliani. Per mantenere vivo il contatto con i vini della nostra terra.

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Vino Nobile di Montepulciano, parla il Presidente Andrea Rossi: “Avanti con la valorizzazione del Sangiovese e degli autoctoni” https://www.winingpress.it/vino-nobile-di-montepulciano-parla-il-presidente-andrea-rossi-avanti-con-la-valorizzazione-del-sangiovese-e-degli-autoctoni/ https://www.winingpress.it/vino-nobile-di-montepulciano-parla-il-presidente-andrea-rossi-avanti-con-la-valorizzazione-del-sangiovese-e-degli-autoctoni/#respond Thu, 05 Mar 2020 20:30:49 +0000 https://www.winingpress.it/?p=705 (U.G.) Andrea Rossi è Presidente del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano dallo scorso giugno. E’ anche presidente della Vecchia Cantina di Montepulciano che conta 400 […]

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(U.G.) Andrea Rossi è Presidente del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano dallo scorso giugno. E’ anche presidente della Vecchia Cantina di Montepulciano che conta 400 soci di cui 220 producono Nobile e Rosso di Montepulciano. Si è svolta da poco l’Anteprima del Nobile di Montepulciano durante la quale 44 aziende hanno presentato alla stampa e agli appassionati l’annata 2016 del Vino Nobile DOCG e della Riserva 2015.
Abbiamo approfittato dell’occasione per intervistare Andrea Rossi partendo dalla novità annunciata proprio durante l’Anteprima: e cioè l’aggiunta in etichetta del nome della regione “Toscana” con gli stessi caratteri e la stessa grandezza della scritta “Vino Nobile di Montepulciano”. Una modifica già pubblicata in Gazzetta Ufficiale e quindi subito operativa.

Perché questa scelta?

“Ci dovrebbe aiutare prima di tutto a chiarire da dove proviene il nostro prodotto che spesso viene confuso con il vino degli amici abruzzesi. In più, siamo consapevoli che utilizzare un brand così importante come quello della Toscana, sul mercato nordamericano produrrà un incremento del numero di bottiglie collocate. Ci aspettiamo un aumento del 20% nelle vendite. Forse qualcosa in più”.

Il Nobile di Montepulciano oggi: si va sempre più verso una tipologia solo da Sangiovese in purezza?

“Il Vino Nobile nasce come un blend al 70% di Sangiovese e al 30% da altri vitigni a bacca rossa idonei alla coltivazione nella regione. La commissione qualità del Consorzio ha intenzione di mantenere questa tipicità: un blend. Andare verso il Sangiovese in purezza non è nella nostra storia. Tuttavia già diverse cantine producono cru particolari e selezioni costituite da Sangiovese in purezza. Sul tavolo della commissione qualità si sta valutando l’esperienza fatta nel territorio sia con i vitigni internazionali sia con gli autoctoni”.

Il risultato della vostra valutazione?

“Noi vorremmo costruire un ulteriore prodotto per la gamma dei vini Nobili, che vada oltre la Riserva e il Nobile Annata”.

State andando anche voi verso una tipologia Selezione?

“Non faremo una Gran Selezione, come altre denominazioni, ma un vino diverso. Prima però abbiamo bisogno di un periodo di sperimentazione della nostra idea. Valutati i risultati del nuovo percorso, proporrò un impegno sottoscritto da tutti i produttori perché si deve pensare che il nostro vino, quello che nascerà nel 2020, andrà in commercio nel 2023. Se, per ipotesi, partiamo oggi con la sperimentazione, prima di 4-5 anni non potremo dire se sarà questa la strada giusta del nuovo prodotto. Abbiamo una certezza però: la via maestra deve essere quella di valorizzare il Sangiovese e gli altri autoctoni del territorio, un obiettivo già nelle corde di tutti i produttori”.

Le aziende si sono ritrovate compatte nel Consorzio o anche da voi ci sono spinte critiche?

“Il mio mandato è nato con l’intento di ricostruire uno spirito di collaborazione e di unità all’interno del Consorzio. Negli anni passati abbiamo assistito a qualche differenziazione di vedute, non vere e proprie rotture. Il mio primo impegno da presidente nei primi sei mesi di mandato è stato quello di ricostituire una unità di intenti. La prova tangibile? Abbiamo quasi raddoppiato le quote di compartecipazione delle aziende alle spese di promozione per il Nobile: una decisione approvata all’unanimità dall’assemblea dei soci. Oggi – dopo sei mesi – posso affermare che siamo 80 soci tutti uniti e compatti per la valorizzazione del Vino Nobile di Montepulciano”.

Come sono i rapporti con i vostri importanti vicini, Chianti Classico e Brunello di Montalcino?

“Voglio fare una premessa. Ci proponiamo un obiettivo primario: il rafforzamento della nostra identità. Noi vogliamo tornare a ripercorrere quella che è la storia del Vino Nobile di Montepulciano. Spesso e volentieri chi non ci conosce bene pensa che la nostra sia una denominazione giovane, ma non è affatto così. A Montepulciano si parla e si fa il vino da millenni, con una tracciabilità che risale al 1300 dagli archivi storici. Il nostro vino è stato sulle tavole di papi, presidenti della Repubblica Italiana e anche degli Stati Uniti. Abbiamo una storia ricchissima. Perciò dobbiamo cercare di comunicare al meglio che la nostra è una denominazione importante e storica. E’ questa la missione che ci siamo dati. Noi siamo il Nobile di Montepulciano e basta! Poi, con i colleghi presidenti delle denominazioni vicine i rapporti sono cordiali e costruttivi. Credo però che nel vino, in Toscana, si debba fare più squadra. E’ quello che ci manca: siamo una regione dei mille campanili. E’ vero che io ho dovuto iniziare a fare squadra in casa, dentro il Consorzio, ma in sei mesi abbiamo trovato la quadra”.

Se all’esterno l’unione di intenti non viene percepita, forse non la si è comunicata bene…

“Ha ragione. Negli ultimi dieci anni si è comunicato poco quello che è stato fatto. Il nostro errore principale è stato pensare che il nostro vino fosse già conosciuto e apprezzato senza aver bisogno di ulteriori spinte promozionali. Lo abbiamo dato per scontato e abbiamo sbagliato. A differenza dei nostri vicini di denominazione, i quali invece si sono dati parecchio da fare e in più direzioni”.

Ci faccia qualche esempio di nuove iniziative per promuovere al meglio la conoscenza del Vino Nobile.

“In questo 2020 abbiamo in programma di raddoppiare le nostre iniziative di marketing sul mercato nordamericano e di comunicazione in quattro grandi città italiane: Milano, Firenze, Roma, Napoli. Informeremo stampa ed operatori di settore sulle modifiche del nome alla denominazione, una sorta di replica del format dell’Anteprima, portando in giro i vini attraverso il Consorzio, senza scomodare le aziende. Comunicheremo le novità normative attraverso degustazioni tematiche mirate sul Nobile. Sono convinto che non dobbiamo stimolare la crescita, bensì una nuova nascita della domanda di Vino Nobile”.

L’enoturismo: avete intenzione di puntarci forte, investendo nel settore per promuovere anche il territorio?

“Per noi l’enoturismo è una bellissima risorsa. Siamo stati forse la prima realtà a portare il consumatore sul luogo di origine del vino. Negli ultimi 10 anni Montepulciano è passata da circa 300 mila a due milioni di presenze all’anno di turisti del vino. Montepulciano è cittadina ricca di storia, arte e cultura. Si decide di visitarci principalmente per il vino che si aggancia alla gastronomia e a tutto il sistema di servizi connessi. E’ questa – secondo noi – la maniera più viva e vera per far conoscere il territorio. Così, il turista va per cantine e quando va via è diventato realmente consapevole che dietro ogni bottiglia di Nobile trova davvero una storia. E poi – innamorato – ritorna a Montepulciano”.

www.consorziovinonobile.it

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Frascati, Gasperini annuncia: “Sperimentazione sulla Malvasia del Lazio, Anteprima vini e Prowein a marzo” https://www.winingpress.it/frascati-gasperini-annuncia-sperimentazione-sulla-malvasia-del-lazio-anteprima-vini-e-prowein-a-marzo/ https://www.winingpress.it/frascati-gasperini-annuncia-sperimentazione-sulla-malvasia-del-lazio-anteprima-vini-e-prowein-a-marzo/#respond Fri, 07 Feb 2020 21:26:11 +0000 http://wining.gebsoftware.com/?p=147 di Umberto Gambino Felice Gasperini, classe 1952, è il rappresentante della terza generazione di una famiglia dedita alla viticoltura e alla produzione di vini. Titolare della […]

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di Umberto Gambino
Felice Gasperini, classe 1952, è il rappresentante della terza generazione di una famiglia dedita alla viticoltura e alla produzione di vini. Titolare della Cantina Villafranca e dell’Azienda Agricola Colle Felice a Monteporzio Catone, è Presidente del Consorzio Tutela Vini a Denominazione Frascati dallo scorso giugno. Un compito gravoso e non facile alla guida di un territorio che produce vini carichi di storia, di ottima qualità ma che stentano però ad imporsi sui mercati locali. La zona di produzione dei vini Frascati (circa 7 milioni di bottiglie nel 2018) comprende i comuni di Frascati, Grottaferrata, Monte Porzio Catone e in parte quelli di Roma e Montecompatri.

Felice Gasperini

Ecco il botta e risposta a tutto campo.

In che modo il Consorzio può contribuire a migliorare la qualità intrinseca dei vini Frascati?
Si sta facendo un gran lavoro attraverso i nuovi impianti di allevamento a filare con alto numero di ceppi per ettaro e con percentuali sempre maggiori di Malvasia puntinata del Lazio nell’uvaggio della tipologia Frascati Superiore DOCG. I risultati ci sono: basta vedere i tanti riconoscimenti per i nostri vini dalle guide e nei concorsi enologici. Nel disciplinare la resa per ettaro è fissata a 140 quintali/ettaro per la DOC e a 110 quintali/ettaro per la DOCG. Tre anni fa diversi produttori avevano già attuato spontaneamente un’ulteriore diminuzione della resa. In realtà la produzione media si aggira sui 120 quintali per ettaro, ma alcune cantine lavorano su rese ancora più basse per incrementare la qualità dei vini finali.

Nei suoi primi sei mesi di mandato sono state avanzate proposte di modifica del disciplinare?
Non ancora, ma ci sta lavorando sopra una commissione tecnica. L’ultimo consiglio di amministrazione ha dato il via ad una sperimentazione che durerà almeno sei anni, guidata dall’ARSIAL e in collaborazione con i Vivai Rauscedo, su vitigni di Malvasia puntinata resistenti alle malattie. Si parte dal polline, passando per il seme, per un certo numero di barbatelle e su cloni diversi. Il costo – 300 mila euro – è interamente a carico dell’ARSIAL. Superata la fase di laboratorio, si passerà a impiantare in vigna i vitigni resistenti e poi alle microvinificazioni per capire la qualità del risultato ottenuto. Tuttavia la Malvasia di Candia non è da penalizzare anche se la Malvasia puntinata ha una marcia in più.

 

Come Consorzio, non avete pensato a un censimento della quantità effettiva e della diffusione dei singoli vitigni nel territorio del Frascati?
Esistono i registri aziendali e andrebbero visionati. Indubbiamente è un’iniziativa interessante, tecnicamente possibile, per capire percentuali e distribuzione dei singoli vitigni in tutto il territorio. E’ certo che i nuovi impianti sono quasi tutti di Malvasia del Lazio e non di Candia: siamo 50 e 50 più o meno per le Malvasie.

Siete al corrente dell’utilizzo di vitigni internazionali per un 4,5% della composizione (senza dichiarare), da parte di alcuni produttori?
Il Consorzio serve a controllare che non vengano utilizzati vitigni non autorizzati dal disciplinare. Se qualche produttore inserisce nel blend internazionali come Sauvignon o Chardonnay – che sono autorizzati alla coltivazione nella regione Lazio – lo può fare benissimo purché entro le percentuali consentite.

Come funzionano le cooperative nel territorio? Tanta quantità o ci sono eccellenze?
Gotto d’Oro è un punto di riferimento anche per la qualità mentre la Cantina Sociale di Monte Porzio ha chiuso i battenti. Esistono cooperative di produttori come la Tusculum produttrice di vini con marchio Vitus che ritengo un progetto valido. Quando più aziende, più produttori, più cooperative parlano del nostro vino e lo propongono sui mercati, il risultato sarà maggiore. Il progetto Vitus prevede che una parte della produzione venga destinata a commercializzazione dei vini con marchio della cooperativa stessa; un’altra parte della produzione è conferita alle grosse aziende. Vitus imbottiglia presso Villa Simone.

Come si spiega il continuo ricambio di aziende nel territorio? Disaffezione, mancanza di motivazioni o di ricambio generazionale?
Produrre vino è attività molto impegnativa, devi avere una forte passione. Da noi il ricambio generazionale non è avvenuto o stenta parecchio. Molti viticoltori hanno abbandonato i vigneti e il territorio del Frascati negli anni si è contratto: in quarant’anni siamo passati da 2.000 a 1.000 ettari vitati. C’è chi ha chiuso e ha messo in vendita gli impianti.

Quanto pesa il biologico per il vigneto Frascati?
Solo una piccola quota intorno al 5% della produzione. Molto poco rispetto ad altre zone d’Italia. Dipende anche dal fatto che chi conferisce l’uva punta più alla remunerazione e non intende seguire gli obblighi dettati dalla viticoltura biologica.

Qual è il rapporto con la DOC Roma? Non c’è il rischio di pestarsi i piedi nello stesso territorio?
La DOC Roma fa ancora piccoli numeri nonostante un territorio più esteso. Abbiamo un rapporto di collaborazione: basti pensare che la sede è ospitata a Frascati, nei nostri uffici del Consorzio. Nessuna conflittualità perché le fasce di mercato per i vini sono diversi. Anch’io imbottiglio DOC Roma.

Qual è oggi il valore economico del vino a marchio Frascati in rapporto agli altri vini bianchi italiani?
Per il marchio in sé credo che ancora oggi il Frascati sia il vino bianco italiano più conosciuto al mondo da operatori e consumatori. Ci collochiamo fra i primi 20 posti…

Però il Frascati Superiore non riesce a spuntare prezzi significativi nelle enoteche…
E’ vero, questo non ci aiuta. Ma la qualità del Frascati non è seconda a nessun altro vino bianco italiano. Purtroppo, scontiamo un’immagine vecchia, nonostante la denominazione – datata 1966 – sia una delle prime d’Italia. Come tutte le cose anche il Frascati segue una parabola: sono arrivati negli anni altri vini che oggi hanno più appeal rispetto al Frascati. Dobbiamo puntare a migliorare la nostra immagine, tornando di moda. Come una volta…

Insomma, il successo dei vini Frascati è solo un problema di moda, di tendenze?

Certamente. E torneremo di moda.

Quali, secondo lei, i vini bianchi sono “di moda” oggi?
Il Lugana e il Pecorino. Ma, senza nulla togliere a questi, ripeto: non sono superiori ai nostri Frascati… Così come il Verdicchio che ha avuto una storia simile alla nostra: un vino storico, oggi un po’ declino. Così come i bianchi campani – Fiano, Greco di Tufo e Falanghina – in auge una decina di anni fa. Oggi un po’ meno. E’ questione di flussi e di gusti, imprevedibili.

Quanto vende il Frascati all’estero?
L’export tocca il 50%. I mercati principali sono il Regno Unito, i Paesi del Nord Europa, la Germania, l’Austria. Un po’ meno gli Stati Uniti. Non abbiamo però dati aggiornati sulle percentuali. In Cina siamo penalizzati perché si bevono in prevalenza vini rossi.

Perché il Consorzio del Frascati non ha una figura essenziale negli altri Consorzi come il Direttore Generale, che poi è il vero motore?
Costa troppo e non abbiamo risorse sufficienti nel budget. E in CdA nessuno lo ha chiesto.

Avete un grosso problema, storico, quasi insormontabile: la maggior parte dei ristoratori romani non propongono in carta i vini Frascati. Come pensate di risolvere?
Ne sono pienamente consapevole e per questo ho incontrato l’assessore comunale al Turismo e alle Attività Produttive Carlo Cafarotti per concretizzare una serie di iniziative a 360 gradi. Una di queste prevede di assegnare un bollino di qualità a quei ristoratori che rispondano a determinate caratteristiche, quali l’utilizzo di prodotti del territorio laziale, cibi e vini a chilometro zero. Ho una speranza però: vedo positivamente e con soddisfazione che le nuove generazioni di ristoratori apprezzano e valorizzano i nostri vini. Il problema di fondo è che la ristorazione romana non è in gran parte romana.

E con le enoteche…
Sono sconfortato! Purtroppo a Roma non propongono il Frascati. Come se avessero una sorta di reticenza.

Riuscite a collaborare con le associazioni dei sommelier?
Non riusciamo ad avere una sorta di corsia preferenziale per i nostri vini con le delegazioni locali della sommellerie, ma vorrei che si collaborasse. Ho chiesto in via informale a tutte le associazioni dei sommelier di fornirci i nomi di due soci che fungano da punto di riferimento e collegamento con il Consorzio, in modo da aggiornarli sulle nostre iniziative. Ma, al momento, nessuna ci ha risposto. A questo punto, vedrò di preparare una lettera ufficiale …

Come pensate di gestire la comunicazione del Frascati, dopo che è scaduto il contratto con la responsabile delle PR? Cosa avete in cantiere per promuovere i vini Frascati in Italia e nel mondo?
Siamo in un periodo di pesanti ristrettezze e non possiamo incaricare un nuovo responsabile della comunicazione. Abbiamo un budget di 140.000 euro da destinare ad attività di promozione e comunicazione del Consorzio. Ma abbiamo già molti impegni. Prima dobbiamo verificare i conti e mettere il Consorzio in sicurezza. La Regione Lazio ci ha dato delle sovvenzioni. Abbiamo un PSR (Programma di Sviluppo Rurale Lazio-Europa) che scade nel giugno 2020. Ma prima dobbiamo investire per poi ottenere un nuovo finanziamento regionale. Una buona fetta di spesa prevista dal PSR – 50 mila euro – è destinata alla partecipazione al prossimo ProWein di Dusseldorf: per la prima volta parteciperemo come Consorzio nel padiglione della DESA, la Deutscheland SommelierAssociaztion: hanno aderito 7 aziende. Esaurito il PSR penseremo a formalizzare una domanda per gli OCM promozione.
Ma la novità grossa è un’altra. Il Consorzio organizzerà, per la prima volta, un’Anteprima dei vini Frascati, in una location prestigiosa di Roma, ancora da stabilire. Pensavamo di organizzarla prima del ProWein, nel periodo fine febbraio inizio marzo. Sarà un evento aperto al pubblico e con i giornalisti invitati. Tutto concentrato in un giorno solo.

 

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di Daniela De Morgex
La bella vulcanicità dei territori intorno a Roma meriterebbe sempre vini di grande livello, ma ciò non accade poi così spesso. I 75 anni dalla nascita della storica Cantina Sociale di Marino sono stati l’occasione per intervistare il suo Presidente, Luigi Caporicci, che nella serata del 2 dicembre ha presentato la linea Vinea Domini arricchita di quattro etichette di vitigni autoctoni, due DOC Roma, bianco e rosso, e due DOCG, il Frascati Superiore ed il Cesanese del Piglio. Ad accoglierci il Friccicore di Natale, una Malvasia Puntinata appena mossa e tanti sommeliers della Delegazione FISAR Roma e Castelli Romani affiancati da cuochi del territorio con i loro gustosissimi abbinamenti culinari.

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Luigi Caporicci, lei è presidente della Cantina Gotto d’Oro dal 2003. Ha anche un’azienda personale?
Si, infatti è da piccolo che nasce la mia passione per il vino. Mio padre produceva e vendeva direttamente vino, ma eravamo una piccola realtà, per cui siamo poi diventati conferitori alla Gotto d’Oro, ed è così ormai da 40 anni. La mia azienda è in località Palazzo Morgano, area industriale di S. Palomba.

Luigi Caporicci, presidente di Gotto d’Oro

Quando nasce la Cantina Gotto d’Oro?
Nel 1945 quarantuno agricoltori si riunirono con l’obiettivo di distribuire il proprio vino nel Nord Italia, rilevando il vecchio Monopolio nel comune di Ciampino, un enopolio di epoca fascista gestito in autarchia e che, bombardato durante l’ultima guerra, fu rimesso in piedi da questi coraggiosi. Nacque il Consorzio Goccia d’Oro. In seguito, dopo lunga vertenza, il nome dovette trasformarsi in Gotto d’Oro, ispirandosi ad un bicchiere di tradizione veneta su suggerimento di un componente veneto del Consiglio di Amministrazione di allora. Le prime regioni dove la Gotto d’Oro iniziò a vendere sono quelle dove ancor oggi, dopo 75 anni, abbiamo il maggior mercato di vendita, cioè Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna: il Piemonte addirittura è il maggior consumatore del nostro vino rosato nel formato da un litro e mezzo.

Attualmente quanti soci ha la Cantina?
Ora siamo rimasti in 220 poiché negli anni si è verificato una sorta di abbandono a causa di una volontà degli agricoltori di  voler estirpare le vigne, ma soprattutto a seguito della vendita dei diritti di coltivazione che il Nord ha conquistato con la vicenda Prosecco. Molti invece sono rimasti e ci hanno seguito nella sperimentazione, come p.es., per la linea Vinea Domini.

A proposito, come funziona questa storia dei diritti in altre regioni?
Ormai si è abbastanza rallentata grazie ad una revisione della legislazione al riguardo. Purtroppo qui nel Lazio non compresero, a suo tempo, quanto si sarebbe rivelato deleterio un comportamento simile di mancata tutela del territorio, a differenza di Toscana e Sicilia che invece concessero la cessione dei diritti solo all’interno della stessa Regione. Finito il tempo della bassa qualità, ora anche qui si viaggia su altri livelli.

Come nasce la linea Vinea Domini?
Quando fu eletto Papa Ratzinger, il novello papa si definì come un “umile lavoratore della vigna del Signore”. Ecco, da qui l’illuminazione per il nome dei nostri vini di alta gamma, un’idea che registrammo subito. Nella convinzione che molti vitigni internazionali fossero originari proprio del nostro Paese, convincemmo l’allora vicepresidente di Gotto d’Oro a reimpiantarli. Alcuni nostri soci si sono convinti anch’essi a coltivarli e a sperimentare con noi per nove anni. La linea è stata quindi poi lanciata nel 2018 e ancor di più riproposta con successo allo scorso Vinitaly.

Perché questa “selezione” è stata operata solo verso i vitigni internazionali?
Abbiamo iniziato proprio da questi nella convinzione di poter creare qualcosa allo stesso livello francese se no9 migliore, con l’aiuto dei nostri suoli vulcanici. Ma abbiamo idee anche per gli autoctoni: ecco che oggi proponiamo un Roma DOC ed un Frascati Superiore DOCG, ma continueremo anche con la Malvasia del Lazio e col Marino. Per il Cesanese del Piglio DOCG abbiamo fatto un accordo con un’azienda del luogo, ma produrremo anche un Cesanese IGT. Il nostro messaggio è questo: noi produciamo vino per le famiglie italiane, nel quotidiano così come per le grandi occasioni.

Quali sono i numeri della vostra attuale produzione.
8 milioni di bottiglie per la GDO, ma solo 40-50.000 bottiglie per la nuova linea Vinea Domini, destinata esclusivamente alle enoteche e alla ristorazione, in vendita in sede o con referenti diretti, ed è una nicchia che vogliamo preservare.

Su quali mercati siete presenti all’estero?
Attualmente l’estero rappresenta solo il 6-7% delle nostre vendite, ma stiamo crescendo. Germania, USA, Canada e qualcosa in Cina principalmente con la Vinea Domini ed il Korex rosso (Merlot) della linea Mitreo. Attendiamo le giuste occasioni che nella vita degli imprenditori, si sa, sono sempre determinanti. Nel frattempo abbiamo ricevuto plausi da diversi fronti, sia dei sommeliers sia dei ristoratori che confermano, tra l’altro, le loro affermazioni attraverso i loro stessi ordini di acquisto. Ricordo il caro Daniele Maestri che ci definì “l’anello mancante nel Lazio” dedicandoci un bell’articolo che ci riempì di soddisfazione. Ecco, io penso che d’ora in poi sarà solo tutto un crescendo.

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