Umberto Gambino – WiningPress https://www.winingpress.it Mon, 21 Sep 2020 18:33:05 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.3.4 Un ricordo di Diego Planeta: “Nel mondo del vino non esistono regioni così variegate e allo stesso tempo uniche come la Sicilia” https://www.winingpress.it/un-ricordo-di-diego-planeta-nel-mondo-del-vino-non-esistono-regioni-cosi-variegate-e-allo-stesso-tempo-uniche-come-la-sicilia/ https://www.winingpress.it/un-ricordo-di-diego-planeta-nel-mondo-del-vino-non-esistono-regioni-cosi-variegate-e-allo-stesso-tempo-uniche-come-la-sicilia/#respond Mon, 21 Sep 2020 09:58:40 +0000 https://www.winingpress.it/?p=1227 Diego Planeta voglio ricordarlo così, con le sue parole pronunciate per la rubrica “Eat Parade“ del Tg2: “Io non credo esistano molte regioni nel mondo così […]

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Diego Planeta voglio ricordarlo così, con le sue parole pronunciate per la rubrica “Eat Parade“ del Tg2:
“Io non credo esistano molte regioni nel mondo così variegate e allo stesso tempo uniche, che riescono a produrre contemporaneamente la varietà di vini che produce la Sicilia. Ma c’è di più: non esistono altre regioni nel mondo, al di fuori della nostra bella isola, dove la vendemmia dura anche quattro mesi nelle diverse parti della stessa regione. Le aziende vitivinicole siciliane hanno lavorato negli ultimi anni a una grande opera di miglioramento del territorio. Il messaggio che la Sicilia ha portato nel mondo con i suoi vini è enormemente importante”. Aprile 2011. Era la mia prima “Sicilia en primeur”, l’evento cult del vino siciliano. Quella frase è ancora attuale. Ho visto in lui il produttore di vino esperto e innovatore, amico e solidale.

Dire che Diego Planeta è stato un viticoltore lungimirante significa sottolineare una realtà incontestabile. Lui ha visto prima di tutti e non ha mai avuto paura dell’innovazione, del coraggio delle nuove avventure. Ci ha lasciato all’età di 80 anni. Nato a Palermo nel 1940, ha presto identificato il proprio ambiente ideale in quel di Menfi, punto di partenza nel 1994 dell’azienda che porta il suo nome, ideata insieme alla figlia Francesca e ai nipoti Alessio e Santi. Oggi le cinque cantine della galassia Planeta presidiano i territori cardine della viticoltura siciliana e continuano a far conoscere l’autentica qualità dei vini dell’isola in tutto il mondo. L’azienda Planeta conta su 120 dipendenti, esporta in 30 paesi del mondo e fattura 12 milioni di euro. E’ il messaggio della migliore Sicilia imprenditoriale, quella che funziona meglio di un orologio svizzero.

Diego Planeta ha fondato nel 1964 le Cantine Settesoli (di cui è stato anche presidente). Cavaliere del lavoro, nominato da Ciampi, è stato anche presidente dell’Istituto Regionale Vite e Vino, socio fondatore e presidente di Assovini Sicilia tra la fine del 2008 e il 2011. Sostenitore della nascita della Doc Sicilia, è stato uno dei sette firmatari del comitato promotore per la sua costituzione.

Imprenditore dalle idee illuminate e grandi prospettive, Diego Planeta era un innovatore: ha saputo sempre vedere un po’ più avanti di tanti suoi colleghi di cui era vero amico e consigliere: ha progettato, ha sviluppato, ha aiutato, ha concretizzato, ha spinto molti giovani siciliani a ritornare nei campi a coltivare la vite. E’ stato – e rimarrà sempre – uno grandi del vino siciliano. (U.G.)

Ai familiari di Diego Planeta e in particolare a Francesco, Alessio e Santi le condoglianze di WiningPress

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Laurent Bernard de la Gatinais: Assovini Sicilia punta sui giovani e sulla sostenibilità con il motto “La Sicilianità è un Plus” https://www.winingpress.it/laurent-bernard-de-la-gatinais-assovini-sicilia-punta-sui-giovani-e-sulla-sostenibilita-con-il-motto-la-sicilianita-e-un-plus/ https://www.winingpress.it/laurent-bernard-de-la-gatinais-assovini-sicilia-punta-sui-giovani-e-sulla-sostenibilita-con-il-motto-la-sicilianita-e-un-plus/#respond Tue, 04 Aug 2020 09:17:19 +0000 https://www.winingpress.it/?p=1146 (U.G.) Dopo il triennio di presidenza di Alessio Planeta, Assovini Sicilia volta pagina e si affida alla guida di Laurent Bernard de la Gatinais, presidente della […]

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(U.G.) Dopo il triennio di presidenza di Alessio Planeta, Assovini Sicilia volta pagina e si affida alla guida di Laurent Bernard de la Gatinais, presidente della storica Tenuta Rapitalà  (con vigneti a Camporeale nella zona dell’Alcamo Doc). Classe ’67, ingegnere, doppia cittadinanza (“Ho studiato e fatto il militare in Francia”), padre bretone (il conte Hugue) e madre siciliana (Gigi Guarrasi), Laurent si sente molto “franco-siculo”, ma quando lo ascolti capisci dal tono cordiale e dalle vocali aperte che la sicilianità ha preso decisamente il sopravvento. E perciò lo rende ancora più simpatico.
Appena eletto, Laurent (è il nome di battesimo) Bernard de la Gatinais (ci tiene a precisarlo: è tutto il cognome “oversize” ereditato dal padre) ha coniato il suo motto: “Siciliani è meglio!”. “Perché la Sicilianità è un Plus”, ha ripetuto nel corso dell’intervista, “non si trova in nessun’altra parte del mondo e dobbiamo farla valere: nel nostro lavoro di viticoltori e nella vita. In ogni occasione!”.

Assovini Sicilia è un’associazione privata che conta su 91 soci che producono l’80% del valore del vino siciliano imbottigliato. Ecco la chiacchierata intervista a tutto campo con il neopresidente.

Bernard, ti aspettavi di essere eletto presidente di Assovini Sicilia o è stata una sorpresa?
La sorpresa vera sono state le attestazioni di stima ricevute da tutti a elezione avvenuta, ma un po’ me lo aspettavo. Devi sapere che è  consuetudine di Assovini Sicilia sondare prima il terreno per capire chi è disponibile a prendersi la patata bollente della presidenza: una sorta di assemblea pre elettorale che dura alcune settimane. Alla fine si sceglie il nome condiviso da tutti su cui puntare per il triennio. Poi, nella composizione del Cda, si cerca di tenere conto di tutti i territori e delle diverse tipologie di aziende, dalle più grandi alle più piccole, cercando di trovare il giusto equilibrio. Io per esempio sono espressione di un’azienda di Camporeale, nella zona dell’Alcamo Doc.

Vuoi dire qualcosa a chi ti ha preceduto nell’importante incarico…
Ringrazio sinceramente i due presidenti che mi hanno preceduto in Assovini, Francesco Ferreri e Alessio Planeta, che si sono spesi parecchio e hanno fatto davvero molto per l’associazione. Con loro è stato fatto un grande salto di qualità, specialmente nella gestione della comunicazione. Io cercherò di proseguire sulla stessa strada. Assumere la presidenza comporta un grande impegno personale, spirito di sacrificio e dedizione. Cercherò di portarlo a compimento nel miglior modo possibile, nell’interesse di tutti i soci. In questa associazione siamo tutti volontari e ci autotassiamo, ma ciascuno di noi ha anche la propria azienda da seguire.

Il nuovo Consiglio d’Amministrazione di Assovini Sicilia

Come si diventa soci di Assovini Sicilia?
Semplice. Si va sul sito ufficiale, alla sezione contattaci: si presenta la domanda, il Cda verifica i requisiti e poi decide. Ma il metodo migliore – che suggerisco – è farsi presentare da un altro associato.

Siete 91 soci: troppi o troppo pochi?
Mmmh … bella domanda. Bisogna credere in queste forme di associazione. Se per esempio una piccola azienda ha il suo export consolidato in un determinato paese, può non interessargli di entrare in Assovini Sicilia. Io sono un fautore dell’associazionismo: più numerosi siamo, più avremo massa critica e più riusciremo a farci sentire ai tavoli di concertazione, regionali e nazionali. Ho notato che le aziende più “mature” – piccole e grandi – capiscono che far parte di Assovini costituisce un plus. In questi ultimi 10 anni, fra Assovini e Consorzio Doc Sicilia abbiamo dato prova di una coesione che nel nostro settore non è così semplice da raggiungere. Stiamo facendo molto bene.

I soci sono su base volontaria e si autotassano, su quali criteri?
La quota annuale è decisa in proporzione al fatturato aziendale fino a un tetto massimo prestabilito.

Qual è il fatturato totale di Assovini Sicilia?
6,5 milioni di euro nel 2020, reinvestiti ovviamente in una serie di servizi a favore dei soci: per esempio, l’internazionalizzazione dei prodotti, la partecipazione a fiere nazionali e internazionali, sfruttamento pieno dei fondi OCM paesi terzi e promozione, i PSR piani di sviluppo rurale . La cifra si è mantenuta costante negli ultimi sei anni: cioè Assovini investe per la promozione e nel sostegno delle attività dei soci, oltre 6 milioni l’anno.

Fra queste anche Sicilia en primeur, l’annuale anteprima dei vini siciliani…
Sicilia en primeur è stata la prima: la best pride, il nostro fiore all’occhiello invidiato dai produttori di altre regioni. Ma anche la partecipazione al Vinitaly, negli ultimi anni, sotto la bandiera comune di Assovini Sicilia. Siamo una realtà associativa che in un triennio investe circa 19 milioni di euro. Non so se mi spiego. I soldi a disposizione provengono sia dall’autotassazione dei soci sia dai contributi nazionali, regionali e soprattutto europei. Ma reinvestiamo praticamente tutto. Siamo molto pratici ed essenziali…

Disponete ancora di contributi europei da utilizzare in questo 2020, anno davvero complicato per tutti?
Finora abbiamo utilizzato più i fondi della internazionalizzazione e meno quelli per le fiere – che sono saltate per ovvi motivi – gli OCM e i PSR. In questa fase navighiamo a vista. Ma siamo abbastanza abili ed esperti nel portare i prodotti delle nostre aziende all’estero. Oggi, però, in questa situazione straordinaria, vorremmo capire meglio le esigenze dei soci per aiutarli anche in altre loro aspettative. Non solo fiere e promozioni, dunque.

Dopo il blocco dovuto alla pandemia, a che punto è l’export dei vini siciliani?
Ripeto: si naviga a vista, settimana dopo settimana. Le aziende sono  molto differenti fra loro: c’è chi esporta in un solo paese e magari gli va bene e c’è chi, più grande,  vende in più paesi e incontra maggiori difficoltà dovendo fare i conti con misure più restrittive e diverse da nazione a nazione. La situazione è fluida, molto variegata. Senza acquirenti dagli Stati Uniti, per esempio, è difficile vendere oltre oceano. La situazione è molto mutevole. Però ricordo che nel nostro settore vinicolo, in Sicilia, siamo stati abituati a reagire velocemente, con flessibilità. Rispetto ai colleghi di altre regioni, siamo avvantaggiati perché possiamo immettere sui mercati numerosi prodotti dall’ottimo rapporto qualità/prezzo. I nostri vini sono molto concorrenziali e, nonostante le difficoltà, riusciamo a venderli. Ad eccezione dei vini destinati alla ristorazione, rimasta chiusa per molto tempo, che hanno pagato pegno più degli altri.

Com’è la situazione attuale delle vendite per i vini siciliani?
Assistiamo ad una timida ripresa. Speriamo… Ma vorrei sottolineare  una cosa su tutte: i nostri associati dimostrano grande voglia e determinazione di superare tutte le difficoltà contingenti e di andare avanti, con determinazione! Siamo in grado di farlo perché riusciamo a sfruttare la nostra capacità di reagire al mutare dei mercati in tempo reale. Come Assovini, disponiamo di un osservatorio attraverso il quale forniamo i dati e gli strumenti migliori per facilitare e orientare le decisioni commerciali dei nostri soci. Poi ognuno di loro decide autonomamente quali sono i paesi verso i quali si trovano le migliori condizioni per esportare i prodotti. L’informazione in questo settore è un plus.

La crisi vi ha stimolato a trovare soluzioni nuove e impensabili fino a quale mese fa?

Certamente. In questo noi siciliani siamo bravissimi a trovare sempre soluzioni nuove. Per ragioni storiche, siamo perfettamente allenati. Il nostro settore è un fiore all’occhiello dell’imprenditoria e dell’agricoltura regionale. Dobbiamo e possiamo mantenere alto il livello.

Cosa intendi per sostenibilità in un’azienda vitivinicola?
Da noi molti produttori sono biologici, ma non tutti lo rivendicano. Desideriamo avere un protocollo di sostenibilità tutta siciliana che metta insieme i vari protocolli esistenti dei diversi ministeri con altre declinazioni prettamente nostre – vedi peso della bottiglia, consumi energetici in azienda e altro – che si agganci a quelli nazionali puntando su una maggiore identificazione e valorizzazione dei nostri vini. La Sicilia del vino è naturalmente bio: è più bio di altre regioni. Perciò, poche settimane fa, noi di Assovini insieme al Consorzio Doc Sicilia, abbiamo creato la Fondazione SOStain Sicilia presieduta da Alberto Tasca. Vogliamo promuovere la sostenibilità indirizzando le aziende socie verso la misurazione costante e la riduzione dell’impatto delle pratiche agricole sul territorio. Crediamo che debba essere sempre rispettato l’ecosistema. La Fondazione SOStain, proprietaria del protocollo, svilupperà ricerca e miglioramento di tutta la filiera vitivinicola; il Consorzio Doc Sicilia metterà a disposizione una società ad hoc per quelle aziende che vorranno promuovere e sviluppare questo protocollo che sarà certificato da un ente terzo. Sarebbe bello poter dire in futuro che più della metà delle aziende vinicole in Sicilia è sostenibile con certificazione.

Credi molto nelle nuove generazioni del vino?
In realtà ho visto tante realtà vitivinicole perdersi con il ricambio generazionale. Ho visto tanti giovani validi andare via dalla nostra terra e far fortuna altrove e in altri settori, non nel vino. Mi piace credere nella “sicilianità” come un plus che non si ritrova da altre parti. Credo molto nei giovani e ne vedo tanti che sono davvero bravi. Vorrei aiutarli a migliorare le loro conoscenze e le loro capacità in modo che un domani possano essere proprio loro a raccogliere il nostro testimone. La Sicilia del vino deve crescere attraverso la crescita personale dei suoi attori e quindi anche dei giovani. Sarà un miglioramento generale che deve assicurare la continuità del nostro vigneto Sicilia. Non sono un idealista, ma credo molto nelle nuove generazioni. Storicamente, sono sempre state le aziende più grandi e consolidate a trainare Assovini, organizzando e promuovendo eventi. Mi piacerebbe, in un immediato futuro, che anche dalle piccole e medie aziende venissero fuori delle personalità più giovani a trainare noi che siamo un po’ più attempati.

Quali saranno le prossime strategie di comunicazione di Assovini per promuovere meglio il vino siciliano?
Se osservo i livelli raggiunti nella comunicazione, tra Assovini e Doc Sicilia, posso dire con certezza che siamo stati bravi. Sono state fatte ottime cose. Vedremo adesso, insieme ai consiglieri, di decidere nuove strategie da portare avanti in particolare sui social. Fra tutti noi comunichiamo spesso e volentieri. Parliamo, ci sentiamo, ci riuniamo e ci vediamo tante volte grazie alle videoconferenze. Non si può certo dire che manchi il dialogo tra di noi. Ed è bello il gioco di squadra che riusciamo a organizzare. Siamo un po’ tutti amici e ci aiutiamo volentieri.

Sicilia en primeur, in versione reale – si spera – nel 2021 si terrà a Cefalù?
Noi ci speriamo, ma ancora non sappiamo. Vedremo cosa ci sarà concesso di fare. Dovremo trovare delle formule che ce lo permettano. Se la situazione rimane così, incerta, organizzare per esempio la tradizionale cena di gala con 200 persone, mmh… la vedo molto dura.

Quali sono le prime tre cose che farai da presidente?
Primo: esaminare in dettaglio tutti i conti dell’Associazione. Secondo: vorrei conoscere personalmente uno per uno tutti i nostri associati, anche solo con una lunga telefonata, per capire direttamente da loro problemi, esigenze e richieste. Andrò a conoscere soprattutto i piccoli produttori che rappresentano tutti insieme una grossa fetta della Sicilia enologica, da non trascurare assolutamente. Siamo un’associazione davvero unica in Italia, che riesce a mettere insieme tante realtà variegate in tutte le aree di produzione della Sicilia. Terzo: creare un modello operativo in Associazione snello, pragmatico e veloce. Lavoreranno tutti!

Ma il vino siciliano dove sta andando?
Lo vorrei vedere ovunque su ogni scaffale di enoteca e nei ristoranti. Dobbiamo sfruttare il nostro marchio che è fortissimo: il brand Sicilia viene percepito in modo differente dallo stesso paese Italia. Non dimentichiamoci un Plus più Plus degli altri: la Sicilia è un vero continente del vino, con tante sfumature e diversità: pensiamo all’Etna, alle isole Eolie, a Pantelleria, ma anche a Marsala, a Mozia, all’area del Cerasuolo di Vittoria, a  Monreale, Alcamo, Noto, Menfi e tanti altri. Possiamo vantare un grande patrimonio di vitigni autoctoni e anche gli internazionali vinificati in Sicilia danno risultati eccellenti. E poi quale altra regione può vantare una vendemmia lunga cinque mesi: da noi si raccoglie l’uva già ai primi d’agosto in territori come Menfi o il Sud dell’isola e si finisce sull’Etna ai primi di novembre. La nostra offerta di prodotti non ha eguali. “Perché la Sicilianità è un Plus!”.

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Parla Antonio Rallo (presidente DOC Sicilia): “Idee e strategie per conquistare i mercati mondiali, nonostante la crisi” https://www.winingpress.it/parla-antonio-rallo-presidente-doc-sicilia-idee-e-strategie-per-conquistare-i-mercati-mondiali-nonostante-la-crisi/ https://www.winingpress.it/parla-antonio-rallo-presidente-doc-sicilia-idee-e-strategie-per-conquistare-i-mercati-mondiali-nonostante-la-crisi/#respond Wed, 20 May 2020 10:55:40 +0000 https://www.winingpress.it/?p=977 (U.G.) Antonio Rallo è stato riconfermato lo scorso marzo alla presidenza del Consorzio di Tutela Vini Doc Sicilia che ha anche allargato il Consiglio d’amministrazione a […]

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(U.G.) Antonio Rallo è stato riconfermato lo scorso marzo alla presidenza del Consorzio di Tutela Vini Doc Sicilia che ha anche allargato il Consiglio d’amministrazione a 12 componenti. Contitolare con la sorella José e la madre Gabriella dell’azienda Donnafugata, è certamente uno dei produttori più noti e lungimiranti del panorama enologico nazionale. In una contingenza delicata, che ha messo in grave difficoltà tutta l’economia mondiale, il settore vino non fa eccezione. Antonio Rallo è un osservatore privilegiato e in questa intervista a tutto campo fa il punto della situazione dei vini siciliani, in grande ascesa ovunque, prima dell’emergenza Covid, svelando i progetti per continuare a promuoverli sempre e comunque.  

Quali difficoltà specifiche stanno attraversando i produttori di DOC Sicilia in conseguenza della crisi sanitaria ed economica dovuta al Covid-19?
Il comparto del vino italiano vale intorno agli 11 miliardi di euro e – causa crisi – perde 350 milioni di euro al mese di fatturato. Il vino siciliano non è immune e subisce un calo mensile in media del 40% in volume di bottiglie vendute. Le perdite però sono differenziate: risultano più penalizzate le aziende che chiudono la filiera, presenti soprattutto nel settore del consumo fuori casa: la ristorazione, le enoteche e i wine-bar. Parlo di quei vini venduti di solito a prezzi superiori perché di qualità superiore. Questo si spiega perché da febbraio a pochi giorni fa il lock down ha riguardato tutto il mondo con un effetto a catena, a causa dei locali chiusi: l’asporto ha potuto ben poco. In questo settore specifico – la ristorazione – registriamo un crollo del 90% del fatturato. Non solo: da tre mesi scontiamo duramente lo stop delle visite in azienda, considerato che il trimestre marzo-maggio è vitale per il turismo del vino anche da noi in Sicilia.  

E nella GDO va meglio?
Ottima performance nel settore GDO e nei canali online. La Sicilia è cresciuta bene in questi mesi. Soprattutto per l’e-commerce è stato apprezzato l’ottimo rapporto qualità prezzo della produzione siciliana: i vini bianchi sono risultati campioni d’incasso in molti siti. Nel complesso però, dal punto di vista economico, le vendite GDO e l’online valgono una piccola fetta rispetto ai canali della ristorazione e dell’HoReCa.  

Qual era l’andamento dell’export dei vini DOC Sicilia fino al febbraio scorso?
I primi due mesi sono andati molto bene sia in Italia che all’estero. Il trend per la Sicilia è favorevole. Abbiamo spinto parecchio, grazie all’attività promozionale del Consorzio, verso i mercati principali: Stati Uniti, Canada, Cina, Germania ci hanno portato in dote la fidelizzazione dei consumatori verso il vino siciliano. Non vorremmo sprecarla in futuro, per colpa del lock-down. Ma non conosciamo ancora i numeri precisi relativi ai primi due mesi perché risulta complicato estrapolare i dati dai siti di partenza dei vini per l’estero: i vini siciliani non fanno quasi mai dogana dalla Sicilia e i numeri risultano falsati. Dai dati del Consorzio, comunque, i primi due mesi sono stati ottimi per il nostro export. Ad eccezione dell’Asia dove già a fine gennaio erano stati cancellati gli ordini e qualche produttore ha perso la vendita.   

Com’è andato l’imbottigliamento nel primo quadrimestre 2020?
Ovviamente è in calo per tutte le tipologie: registriamo un – 17 % dei bianchi e un – 8% fra i rossi. Tiene meglio il Nero d’Avola (-5%), rispetto al Grillo (-13%).

Quanto pesa l’export del vino siciliano verso il mercato asiatico?
La quota dei nostri vini superava il 10% su questi mercati. E’ il mercato dove – prima del Covid-19 – crescevamo di più. Le nostre etichette hanno sempre venduto molto bene in Giappone e stavano  spingendo parecchio anche in Cina e in Corea del Sud senza dimenticare i nuovi mercati dei paesi “giovani” consumatori di vino come Vietnam, Malaysia e Thailandia.
Se nei mercati asiatici la riapertura avverrà in tempi rapidi, stimiamo di poter recuperare ancora nel 2020, addirittura con un piccolo margine di crescita. Ovviamente il nostro principale mercato di riferimento è rappresentato dagli Stati Uniti mentre in Europa siamo forti in Germania e Gran Bretagna. Ma con tutti i locali chiusi o in riapertura da poco, le vendite sono state praticamente inesistenti o quasi.

Quali sono i territori del vino siciliano più penalizzati in questo momento?
Dalle nostre rilevazioni settimanali risulta che Grillo e Nero d’Avola continuano ad andare molto bene. Ovviamente soffrono di più i vini tipici da ristorazione: per esempio la parte alta di gamma della DOC Sicilia, così come le altre DOC siciliane. In particolare tutti quei vini bevuti nel consumo fuori casa, come per esempio quelli della DOC Etna, più penalizzati per i prezzi medio-alti.

Il vino invenduto sarà dirottato alla distillazione?
Ad oggi le giacenze in cantina sono ancora inferiori a quelle dell’anno scorso, a pari data, ma è un vantaggio che gradualmente sta svanendo. La Sicilia però è in una posizione migliore, rispetto al resto del Paese, perché la nostra vendemmia 2019 è stata eccezionale per qualità ma scarsa per quantità. Siamo partiti con giacenze basse e vini molto buoni. Tutte le cantine sociali dell’isola stanno continuando a vendere molto bene e non abbiamo grandi giacenze. Ovviamente il mercato è globalizzato: perciò il calo dei consumi ancora in atto vedrà le giacenze consolidarsi. Siamo quasi in vista della vendemmia e speriamo tutti in una ripresa delle vendite. Noi vediamo positivamente la distillazione di alcune quantità di prodotto in giacenza anche se ci dispiace moltissimo veder bruciare alcune tipologie di vini prodotti con così tanta passione e fatica. Vediamo con favore la soluzione distillazione in particolare per i vini bianchi, non solo da tavola ma anche IGT e DOC, fatta a prezzi differenziati per tipologie. In Sicilia la resa media dei vini è stata 40 ettolitri per ettaro, e negli anni scorsi non abbiamo mai superato i 50. Non possiamo svendere a pochi centesimi per litro perché andremmo in perdita e metteremmo a rischio l’intero vigneto Sicilia.

Qual è la situazione OCM paesi terzi? C’erano 2 miliardi di euro da investire…
Li stiamo utilizzando, eccome! Ci riuniamo in Cda ogni settimana proprio per monitorare la situazione dei mercati. Negli Stati Uniti abbiamo creato già nei mesi di gennaio e febbraio – a causa dell’incertezza dazi – una campagna di “mantenimento”. Stiamo continuando ad investire, con il freno a mano tirato, causa pandemia. In Cina abbiamo frenato in febbraio, ma a marzo abbiamo ripreso gli investimenti per la comunicazione – in collaborazione con l’ufficio ICE di Pechino – attraverso l’utilizzo del canale digital. Noi siamo determinati e fiduciosi: prevediamo entro la fine dell’anno di riproporre quegli appuntamenti sulla formazione del vino siciliano che hanno portato numerosi stakeholders del vino cinese a conoscere e approfondire la loro cultura sul vino siciliano. Assicuro che tutto le iniziative già decise per promuovere il vino siciliano nel 2020 saranno comunque realizzate. Al momento siamo più focalizzati sulle attività social e sugli articoli giornalistici. Presto ripartiremo con le attività sul campo, come le degustazioni a gruppi – nel rispetto delle regole di sicurezza – che riteniamo fondamentali in un mercato ancora giovane per il vino come quello asiatico.

Quai sono i numeri di DOC Sicilia oggi e in proiezione 2020?
Nel 2019 hanno prodotto vini DOC Sicilia 8354 viticoltori; 461 sono le aziende che confezionano DOC Sicilia. Il vigneto della DOC è vasto circa 25 mila ettari. Abbiamo superato 95 milioni di bottiglie nel 2019 con un incremento del 19% rispetto al 2018. Nel 2020 – vista l’attuale contingenza – speriamo di chiudere in pareggio, ma con ogni probabilità avremo una leggera flessione. In Cda ci incoraggiamo a vicenda dicendoci: l’importante è che la fetta della torta DOC Sicilia sia sempre più grande. La presenza dei nostri vini sui mercati continua a crescere e se nel 2020, nel mondo, si berranno meno bottiglie … pazienza! Ce ne faremo una ragione, ma non molliamo e non sarà certo un virus a fermarci! DOC Sicilia attualmente è fra le prime quattro DOC in Italia per bottiglie prodotte.

Dal gennaio 2021 sarà introdotta la fascetta numerica per i vini DOC Sicilia che saranno controllati proprio come una DOCG: con quali vantaggi concreti per produttori e consumatori?
La tracciabilità è fondamentale. Migliora la capacità di controllare e tutelare sia il produttore che il consumatore per evitare che finiscano sul mercato bottiglie con etichetta non corrispondente al contenuto. Siamo molto contenti di passare al contrassegno di verifica. Abbiamo dato tempo ai piccoli produttori di adeguare le linee di imbottigliamento, accogliendo la richiesta di poter posticipare l’utilizzo della fascetta. La forza intrinseca della DOC Sicilia risiede nella grande varietà di aziende associate: da quelle piccole e molto piccole alle medie e grandi realtà come le cooperative. Alla fine si riesce sempre a trovare una sintesi per il bene generale della filiera enologica siciliana.

Ci sono però dei produttori che imbottigliano DOC Sicilia fuori regione…
Sì, ci sono, come in tutte le DOC italiane e non. Sono produttori in possesso delle deroghe previste dalla legge e possono imbottigliare DOC Sicilia fuori dall’isola. Lo prevedono i regolamenti comunitari. Preciso che non ci saranno nuove aziende extra-Sicilia che potranno imbottigliare fuori dall’isola. Potranno farlo solo quelle che a suo tempo hanno ottenuto questa deroga dal Ministero. Esistono i controlli su tutti i vini imbottigliati DOC Sicilia – inclusi quelli fuori regione – eseguiti dal Consorzio insieme all’ICQRF. In futuro, grazie all’introduzione della fascetta, i controlli saranno più vincolanti. Tutti i nostri produttori percepiscono la nostra DOC come una denominazione molto controllata. Il Consorzio esegue prelievi sui campioni di vini, non solo nella GDO italiana, ma anche all’estero, sui siti della distribuzione online e sui monopoli. Verifichiamo che nelle bottiglie di vino DOC ci sia solo vino proveniente da uve coltivate nella nostra isola.

Dal 2017 Nero d’Avola e Grillo possono apparire in etichetta solo come DOC Sicilia. Perché questa scelta? Alcuni produttori che non l’hanno condivisa hanno fatto ricorso al TAR del Lazio – che ha dato loro ragione – ma poi il Consiglio di Stato si è opposto alla sentenza del TAR ripristinando la situazione favorevole per il Consorzio. Perché questo contenzioso?
Bisogna fare un po’ di storia e tornare indietro. Prima di DOC Sicilia c’era IGT Sicilia, denominazione questa che permetteva di valorizzare e proteggere il tesoro del produttore siciliano scrivendo in etichetta il nome della nostra isola. Un marchio conosciuto in tutto il mondo. Nella classifica dei marchi italiani più famosi, troviamo nell’ordine Italia, Toscana e Sicilia. Un grandissimo valore per noi. Abbiamo tutelato il marchio Sicilia prima con una IGT e poi, dal 2012, con una DOC. La DOC, rispetto ad una IGT, consente maggiori e puntuali controlli su tutto il vino commercializzato, attraverso analisi chimiche ed organolettiche, mentre sull’IGT le verifiche si fanno a campione. Passare a DOC ha significato maggior controllo e protezione del nome Sicilia con vantaggi per produttori e consumatori. Successivamente, dal 2017, abbiamo pensato di proteggere i due vitigni autoctoni di maggior successo: Grillo e Nero d’Avola. Nel farlo siamo stati tutti uniti, almeno al 99,5%. Anche altre DOC possono indicare in etichetta il nome del vitigno, vedi DOC Noto, DOC Vittoria, per fare esempi. Ricordo le parole di un dirigente dell’assessorato regionale all’Agricoltura che stimolarono noi produttori: da analisi fatte, sembrava che ci fosse molto più Nero d’Avola di quanto effettivamente coltivato sull’isola. Ciò dipendeva dal fatto che con l’IGT non si riusciva ad avere in controllo puntuale- Sappiamo benissimo che un vino IGT può subire il taglio con vini provenienti da altre regioni, ma non è il caso di IGT Sicilia. Il grande lavoro svolto dall’IRVO (Istituto Regionale Vino e Olio), organo regionale di controllo, grazie anche alla piattaforma su cui transitano tutte le nostre produzioni e grazie al lavoro del Consorzio, ci ha permesso di tutelare i due vitigni principali, di valorizzarli e promuoverli. Un Consorzio ha la capacità di farlo anche in rappresentanza delle piccole aziende siciliane che non dispongono dei mezzi necessari. Non solo: le campagne organizzate da DOC Sicilia hanno permesso a molti consumatori di conoscere più velocemente questi due vitigni e di avvicinarsi ai vini che ne derivano.

Parliamo del contenzioso. Sia il Ministero delle Politiche Agricole, che la Regione Sicilia e DOC Sicilia si sono opposti alla sentenza del TAR del Lazio che dichiarava illegittimo l’obbligo di indicare in etichetta Nero d’Avola Grillo solo come DOC Sicilia. Il Consiglio di Stato ha accolto il nostro ricorso con una sospensiva. Il giudizio sul merito ci sarà a fine maggio. Noi siamo assolutamente convinti della bontà del nostro progetto. Qualche produttore, inizialmente dubbioso, poi si è dichiarato d’accordo. Darsi delle regole – nella DOC – porta ad avere più controlli sulle produzioni: bisogna attendere la certificazione per commercializzare i propri vini, ma poi dall’altra parte se si crea un valore si ha un maggiore apprezzamento sul mercato. Capisco bene: c’è chi fonda sul proprio marchio la forza della propria azienda; e c’è chi, invece, riconosce grande valore ai vitigni del territorio per costruire il successo della propria azienda in sinergia con il proprio marchio.
Faccio una considerazione più ampia, guardando fuori dalla nostra regione, dove non ci sono grandi aziende: il primo produttore di vini in Italia fa 600 milioni di euro di fatturato; negli Stati Uniti, la Gallo arriva a 4 miliardi di fatturato. Quando andiamo su mercati nuovi come la Cina capiamo al volo perché noi, come Italia, stentiamo ad imporci, perché in fondo siamo ancora piccoli di dimensioni. Ci manca il budget degli altri e la capacità di fare sistema, che in passato non avevamo, ma oggi sì: come DOC Sicilia, tutti insieme siamo più forti.

Il contenzioso? Non vogliamo che nessuno venga danneggiato. Prima avevamo tentato un accordo con gli autori del ricorso al Tar, ma a questo punto la palla è passata ai giudici. Non ci sono più margini di trattativa. Chiarisco una volta per tutte: il Cda e l’assemblea della DOC Sicilia non vogliono danneggiare nessuno. Ma ognuno è libero di pensare e agire diversamente.

La querelle con la Puglia sul Primitivo. Qual è la posizione del Consorzio che lei presiede?Non riesco a capire i termini della questione. La Puglia può coltivare il Nero d’Avola e la Sicilia può coltivare il Primitivo. Poi, come dicono gli americani, full stop. Non aggiungo altro. E’ stato chiarito tutto dall’assessore regionale siciliano all’Agricoltura. Non ci sono richieste da parte della Sicilia per cambiare lo stato delle cose in quest’ambito, né ci sono richieste, dalla Sicilia, per poter inserire il nome del Primitivo in etichetta. Ricordiamoci sempre che il Nero d’Avola può essere coltivato in altre regioni: questa è la situazione.

Quando avremo alle spalle la crisi Covid, quale sarà il primo passo che farete per consolidare e valorizzare il brand Sicilia?
Nei prossimi due mesi daremo il via a una nuova campagna promozionale in Italia e in Germania. Abbiamo deciso di rallentare e aspettare il momento giusto per ripartire con i nostri piani, approvati a febbraio in assemblea. Andremo avanti con attenzione, seguendo tutti i mercati. E’ certo però che nei prossimi mesi vedrete più Sicilia in tutti canali, dai televisivi al digitale. Una vera e propria campagna promozionale ben articolata e capillare.

Per muovervi fisicamente invece…
Ci vorrà del tempo. Al momento DOC Sicilia opera parecchio sui social. Stiamo continuando a spedire campionature a tutti gli appassionati dei vini siciliani. Per mantenere vivo il contatto con i vini della nostra terra.

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Sangiovese nel mondo: 11 etichette da 3 continenti diversi fra sorprese e delusioni https://www.winingpress.it/sangiovese-nel-mondo-11-etichette-da-3-continenti-diversi-fra-sorprese-e-delusioni/ https://www.winingpress.it/sangiovese-nel-mondo-11-etichette-da-3-continenti-diversi-fra-sorprese-e-delusioni/#respond Mon, 11 May 2020 14:33:26 +0000 https://www.winingpress.it/?p=947 (U.G.) Eravamo a dir poco curiosi di scoprire come il vitigno rosso più diffuso nel nostro Paese riuscisse o meno a dare buona prova di sé […]

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(U.G.) Eravamo a dir poco curiosi di scoprire come il vitigno rosso più diffuso nel nostro Paese riuscisse o meno a dare buona prova di sé al di fuori dei confini nazionali. Ghiotta occasione il seminario sul Sangiovese nel mondo organizzato nell’ambito di “Sangiovese Purosangue”, svoltosi lo scorso gennaio a Roma. Una degustazione reale che mi fa molto piacere ricordare oggi, in un periodo in cui si sono diffusi i “tasting online” in modalità webinar previo invio dei vini al domicilio di tutti i partecipanti. Invece oggi torno a parlarvi di vini degustati in contemporanea, tutti insieme, gomito a gomito, senza distanziamento e ovviamente in epoca ante lock down. Nella speranza di tornare presto ad assaggiare vini nella maniera più conviviale possibile, com’è giusto e normale che sia.

Un ringraziamento non formale va a Davide Bonucci, organizzatore in qualità di presidente dell’EnoClub Siena dell’evento griffato “Sangiovese Purosangue”, un punto di riferimento consolidato per tutti gli amanti del Sangiovese in tutte le declinazioni e territori possibili.

“Un viaggio sensoriale sulle peculiarità internazionali del Sangiovese”, questo il tema del seminario il cui relatore, vero talent scout del Sangiovese itinerante è stato Bartolomeo Roberto Lepori, sommelier AIS, giornalista, nonché abile affabulatore giramondo.

Undici i vini degustati, provenienti da tre continenti diversi, non tutti da Sangiovese in purezza. Con qualche sorpresa e molte delusioni alle nostre aspettative. Ecco il dettaglio.

Arhonto Rose – Vinarija Krgovic 2018 (Montenegro)
Sangiovese 75% Montepulciano e Lambrusco 25%.

Si parte con un rosato dal Montenegro. La cantina Krgovic di Podgorica ha puntato su un prodotto basico di facilissima beva. Tre quarti di Sangiovese e un quarto di Montepulciano e Lambrusco. Una “formula” alquanto improbabile che dalle nostre parti sarebbe un eufemismo definire azzardata ma che oltre Adriatico hanno avuto il coraggio di proporre. Che dire? Un rosato ruffiano, “dolcino” improntato al lampone e alla melagrana, che non riesce ad ammorbidire una lieve ruvidezza nel finale.

Ora due annate diverse di Sangiovese in purezza (secondo il produttore) da vigneti allevati nella Valle de Cachapoal, in Cile.

Villaseñor – Kenos Sangiovese Reserva 2018 (Cile)
In entrambi i millesimi si fa uso (e si nota tanto) del legno nuovo delle barriques francesi. Il risultato è una maturazione un po’ troppo incisa specie nell’annata più giovane. La nota di ciliegia fresca rossa si disperde subito nello speziato e in un balsamico molto spinto. Gusto “piacione”, a tratti opulento, morbido oltre misura e – perlomeno – di buona freschezza. Matura per 8 mesi in barriques francesi. Da bere fra 4 anni, recita il sito dell’azienda. Noi siamo d’accordo.

Villaseñor – Kenos Sangiovese Reserva 2014 (Cile)
Prima delusione. Ci si poteva aspettare un vino più maturo, meno segnato dal legno e invece … Beh, se il 2018 fra quattro anni sarà come questo 2014 allora c’è qualcosa all’origine che non quadra. In questo calice è ancora molto presente la parte legnosa e poco il frutto. Il tannino resta aggressivo e il vino nel complesso risulta poco equilibrato. Forse quattro anni di affinamento a questo Sangiovese cileno non bastano? O forse risente di una vinificazione… all’antica?  

Restiamo in Cile spostandoci, attraverso i calici, in un immaginario viaggio nella Valle dell’Aconcagua. Altri due vini di annate consecutive da Sangiovese in purezza: forti dubbi che sia così, però…

Viña El Escorial – Sangiovese 2018 (Cile)
Un rosso dall’altro mondo fortemente inciso dal legno e dall’alcol. Tanta vaniglia e un mix confuso di spezie. Giovane e robusto sulla carta; invece senza armonia e personalità. Potrebbe essere un vino originato da qualsiasi altro vitigno. 14 mesi in botti di rovere francese e 6 mesi di affinamento in bottiglia. Ma il Sangiovese non viene fuori.

Viña El Escorial – Sangiovese 2017 (Cile)
Un anno in più in bottiglia ci riporta una nota più vegetale. Si esprime sapido e fresco, carezzevole al palato, con il suo retrogusto più verde. Forse c’è una piccola quota di Cabernet? Ma l’essenza vera del Sangiovese (così come lo conosciamo noi) non riesce a farsi sentire.

Bovin Winery 2016 (Macedonia)
Nelle vigne di Lepovo, nella Macedonia del Nord, si coltiva un clone di Sangiovese stretto parente del clone romagnolo. Vinificazione e affinamento in acciaio e tanta bottiglia giovano tanto. Si esprime pulito, nitido, con i suoi freschi profumi floreali, di ciliegia matura e prugna. Il sorso è gradevole, garbato, di buona sapidità, setoso nei suoi tannini. Ci piace!

Esse – Catera (Crimea) – Sangiovese 2016
La Crimea è terra tormentata dalla guerra, eppur fertilissima, grazie al clima mite e quasi mediterraneo. Fra mille difficoltà (inclusa la chiusura temporanea della cantina) l’azienda Esse di Simferopol si è cimentata nella coltivazione del Sangiovese puntando sull’area denominata Kacha Valley. I risultati però non sono incoraggianti. Perciò sospendiamo il giudizio in attesa di assaggiare altro.

Dal Sudafrica abbiamo assaggiato numerosi esempi di grandi vini provenienti da vitigni internazionali ma si sapeva ben poco del Sangiovese. Ecco quelli di due diverse cantine. Cominciamo con le due annate della Da Capo Vinyards con i suoi Idiom.

Da Capo Vineyards – Idiom Sangiovese 2015 (Sudafrica)
Dai suoli di Stellenbosch un Sangiovese in purezza che profuma ribes e lampone, ferroso, addirittura ematico, striato di vaniglia. Al sorso è compatto, sapido, con una bella spalla acida, scorre su tannini fini ed eleganti. E’ verticale, nervoso, dinamico. Se lo paragoniamo al vino di 15 anni più vecchio (vedi sotto) possiamo ben dire che la cantina si è migliorata nel tempo. Maturazione in legno (80% francese e 20% americano) per 12-14 mesi.

Da Capo Vineyards – Idiom Sangiovese 2003 (Sudafrica)
Qui è rimasto il tannino. E’ stato uno dei primi tentativi di vinificazione del Sangiovese in Sudafrica. E si sente! Purtroppo patisce anche l’ossidazione.

Dalla Cia – Teano 2017 (Sudafrica)
Sangiovese 80% e varietà bordolesi non definite 20%.

Vigne a Stellenbosch. C’è un bel pezzo d’Italia in questo vino e anche nella cantina, fondata da Vittorio dalla Cia, di origini friulane. Titolare oggi è il nipote George.

L’apporto delle uve internazionali è voluto perché il Sangiovese in purezza non sarebbe andato incontro al gusto “internazionale”. Perciò il produttore ha puntato su un “taglio” più levigante. Nel calice si avvertono tutte le tre componenti tipiche di un vino ben “costruito”: balsamica, speziata, vegetale; il frutto però rimane in sottofondo. Un buon bere con “l’aiutino”.  

 

Antica by Antinori Heritage –  Sangiovese 2017
Nel 1993 la famiglia Antinori ha acquistato nella Napa Valley (California) una tenuta di 220 ettari dove coltiva tutta la serie vitigni internazionali ben noti. Ma non ha dimenticato di portare qui, dall’Italia, anche le piantine di Sangiovese. Perciò è partita avvantaggiata conoscendo bene il vitigno.

Tecnica italiana, suolo americano, un intreccio di stile toscano e californiano. La differenza nel calice c’è e si sente. In questo c’è anche un 5% di Malbec che prova ad ammorbidire il nostro Sangiovese. Diffonde tabacco dolce, fiori di rosa, spezie, lampone. Al sorso si apprezza la struttura di questo vino, lievemente inciso dal legno. Un rosso elegante, da manuale, che incontra bene il gusto “americano”.

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Vincenzo Mercurio: il wine maker che punta senza compromessi sulla viticoltura green https://www.winingpress.it/vincenzo-mercurio-il-wine-maker-che-punta-senza-compromessi-sulla-viticoltura-green/ https://www.winingpress.it/vincenzo-mercurio-il-wine-maker-che-punta-senza-compromessi-sulla-viticoltura-green/#respond Thu, 16 Apr 2020 17:21:51 +0000 https://www.winingpress.it/?p=857 (U.G.) Vincenzo Mercurio è un wine maker a cui piace volare alto. Non per nulla ha denominato la propria attività di consulenza “Le ali di Mercurio”. Nato […]

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(U.G.) Vincenzo Mercurio è un wine maker a cui piace volare alto. Non per nulla ha denominato la propria attività di consulenza “Le ali di Mercurio”. Nato a Castellammare di Stabia e laureato alla Facoltà di Agraria della storica Università di Portici, si è fatto conoscere per il suo approccio sempre rispettoso per i territori in cui viene chiamato a lavorare. Molta Campania (ovviamente), ma non solo. Vincenzo Mercurio ama allargare gli orizzonti e si è spinto anche in Sardegna, in Puglia, in Basilicata, in Molise, persino in Friuli. Sempre con ottimi risultati, realizzando vini mai scontati perfettamente aderenti ai territori di provenienza delle uve.

In realtà ritenevo Vincenzo più portato alla valorizzazione dei vini bianchi, ma in realtà non è affatto così. Ho scoperto la sua “vena rossista” nell’occasione di “Beviamoci Sud”, l’evento dedicato ai migliori rossi del Meridione d’Italia svoltosi a Roma ad inizio febbraio.
Nel corso del seminario dedicato ai suoi vini – moderato con garbo dal collega Luciano Pignataro – ha presentato otto tipologie di rossi che hanno tutti almeno due punti in comune: Vincenzo ha sposato senza tentennamenti la via del biologico; è sempre rispettoso dei vitigni (alcuni quasi in via estinzione), senza voler imporre a tutti i costi la propria tecnica enologica.

Eccoli, i vini, in un viaggio ideale che spazia su buona parte del nostro Meridione.

Il Verro – Casavecchia “Lautonis” 2017 – Terre del Volturno IGT

Si decolla con un Casavecchia, vitigno poco produttivo e scorbutico, da cui si punta ad ottenere vini non certo di approccio facile. E’ questa la prima annata a certificazione biologica per l’azienda di Formicola, piccolo centro dell’Alto Casertano. E’ uno schiudersi graduale di frutti di bosco, mora di gelso e china. Al sorso punta su freschezza e struttura pur con qualche spigolo tannico ancora da smussare che non gli permette un volo ancora lineare. Lo hanno definito il “classico vino gastronomico”. Io gli darei ancora un po’ di tempo. Affinamento solo in acciaio. Prezzo in enoteca: 15-18 euro.

Bosco De’Medici – Pompeii 2017 – Pompeiano Rosso IGT

A velocità da crociera sorvoliamo idealmente il Vesuvio per apprezzare il Piedirosso, vitigno allevato nel vigneto pre phyllossera vecchio di 150 anni de “La Rotonda” a 250 metri sul livello del mare. Terreni sabbiosi, intrisi di minerali e di origine vulcanica che spingono l’aspetto giovane e scalpitante di questo rosso da cui si respira davvero il territorio. Finezza e grande sapidità; meno muscoli. Il 90% affina in acciaio, il 10% fa un passaggio in tonneau. Prezzo: 15-18 euro.

 

Masseria Faraona – Nero di Troia 2016 – Castel del Monte DOC

Si vola con deviazione verso Est destinazione Puglia per assaggiare un rosso di struttura. L’azienda è un’antica masseria ristrutturata che si trova nel Parco Nazionale dell’Alta Murgia. Quello che colpisce subito è la veste rosso rubino impenetrabile nel calice. Il vigneto si trova a 450 metri sul livello del mare su terreno calcareo. Svela presto un mix in divenire di gioventù ed evoluzione accennata in cui spiccano cioccolato scuro e chiodi di garofano. Manco a dirlo, affiora netta l’impronta calcarea.
E’ un rosso di grandi potenzialità, vivace, nervoso, in cerca di equilibrio, ma con tanta di quella freschezza che lo farà apprezzare ancora di più fra un paio di anni. Matura in barriques di 2° e 3° passaggio per 10 mesi, poi affina 3 anni in bottiglia. Si trova a 18 euro.

Audarya – Nuracada – Bovale 2017 – Isola dei Nuraghi IGT

La transvolata dall’Adriatico attraverso il Tirreno ci fa atterrare in Sardegna, esattamente a Serdiana in provincia di Cagliari. E’ qui che sorge Audarya che significa “nobiltà d’animo” secondo un’antica lingua orientale. La cantina si trova nel bel mezzo dei resti di un villaggio nuragico. Il vino, Nuracada, prende invece il nome da un paesino medioevale che sorgeva nella zona. Nicoletta e Salvatore Pala rappresentano la nuova generazione aziendale sotto lo sguardo vigile del papà Enrico. E bisogna dargliene merito perché – pur essendo una realtà giovane – si sono dedicati totalmente alla valorizzazione dei vitigni autoctoni. Questo nel calice è un Bocale sardo e testardo fino al midollo. C’è il marker netto del mirto, poi un bouquet di balsamico, pepe rosa, bacche di ginepro, incenso. Il sorso è come una sferzata di Maestrale che batte le coste: intenso, irsuto, palpabile di grande freschezza. Matura in piccoli fusti di rovere per 12 mesi. Prezzo in enoteca: 25 euro.

 

Claudio Cipressi – “Tintilia 66” 2012 – Tintilia del Molise DOC

Nella “regione che non c’è” non ci sono aeroporti, ma facciamo lo stesso uno scalo con la fantasia, Anche perché ne vale davvero la pena. Questa Tintilia, la vera uva identitaria del luogo, cresce in un vigneto sito a 520 metri di altitudine a San Felice del Molise. Ha tanti anni di più rispetto agli altri rossi degustati e li sfrutta appieno. Possiamo paragonarlo a uno di quegli aeroplani ad elica della prima guerra mondiale: questa Tintilia però vola alto, senza tentennamenti e colpisce il bersaglio. E’ tabacco dolce, pepe, chicchi di caffè, menta e liquirizia. Vince e convince perché è austero ed elegante. E’ al picco della sua piacevolezza: beviamolo adesso. Affinamento 36 mesi in legno. Si trova intorno ai 20 euro.

 

Tenuta Parco dei Monaci – Spaccasassi 2016 – Moro di Matera DOC

La tenuta si trova a sud di Matera. Nel XVI secolo era proprio un possedimento dei Monaci Benedettini. Per questo rosso Vincenzo deroga dalla sua abituale tendenza a trattare solo autoctoni. Per lo Spaccasassi si plana su un blend di Cabernet Sauvignon 50% con il restante 50% da Merlot e Primitivo. Una sorta di “Super Lucano”, uno dei pochi in regione. Un vino che prova a strizzare l’occhio al gusto internazionale, se era questo l’obiettivo. Diffonde spezie officinali, note balsamiche, rosmarino, incenso, e affiora qua e là il vegetale tipico del Cabernet. Anche se sembra un po’ retrò si fa apprezzare perché ben costruito. Elegante, vibrante, sempre pronto al decollo. Matura per 18 mesi in barriques francesi. E si sente! Euro 23,50 in enoteca.

 

 

Fattoria La Rivolta – Terra di Rivolta 2015 – Aglianico del Taburno  DOC

Si torna in Campania e precisamente a Torrecuso, nel Sannio. Per l’azienda di Paolo Cotroneo, un Aglianico del Taburno da manuale, frutto di un bel mix di gioventù ed evoluzione. Ci sono precisione enologica e attenzione nei particolari che si evidenziano nel calice, nonostante l’annata calda. Spazia dalla confettura di ciliegia al tabacco, dal cuoio al rabarbaro, su uno sfondo di macchia mediterranea che segna e caratterizza il territorio di provenienza. Può dare il meglio fra un paio di anni. Affinamento: 18 mesi in barriques nuove e 18 mesi in bottiglia. Euro 30.

 

Tenuta Sant’Agostino – Anfora del Calore 2016 – Beneventano IGT

L’ultimo vino e per me il primo in quanto a gradimento personale. E’ certamente il più originale per la sua macerazione sulle bucce e l’affinamento in anfora di terracotta (alla Georgiana). Da uve Aglianico coltivate a Solopaca (Benevento), prodotto dalla famiglia Ceparano. Si distingue per le sue “quasi” dolcezze, per la scia di frutta rossa fresca e in confettura, nettissima, ma soprattutto perché il sorso è intenso, tridimensionale, un’autentica bomba: ti rapisce e ti fa volare altissimo. E’ solo uno dei sorsi perché poi lo bevi ancora e poi ancora. Un vino audace, che denuncia 16% alcol ma non li dimostra affatto. Coraggiosamente domato! Prosit!

Con i complimenti meritati a Vincenzo Mercurio per la flessibilità e la versatilità dimostrate nel saper lavorare in territori così diversi.

www.lealidimercurio.it

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Vino Nobile di Montepulciano, parla il Presidente Andrea Rossi: “Avanti con la valorizzazione del Sangiovese e degli autoctoni” https://www.winingpress.it/vino-nobile-di-montepulciano-parla-il-presidente-andrea-rossi-avanti-con-la-valorizzazione-del-sangiovese-e-degli-autoctoni/ https://www.winingpress.it/vino-nobile-di-montepulciano-parla-il-presidente-andrea-rossi-avanti-con-la-valorizzazione-del-sangiovese-e-degli-autoctoni/#respond Thu, 05 Mar 2020 20:30:49 +0000 https://www.winingpress.it/?p=705 (U.G.) Andrea Rossi è Presidente del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano dallo scorso giugno. E’ anche presidente della Vecchia Cantina di Montepulciano che conta 400 […]

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(U.G.) Andrea Rossi è Presidente del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano dallo scorso giugno. E’ anche presidente della Vecchia Cantina di Montepulciano che conta 400 soci di cui 220 producono Nobile e Rosso di Montepulciano. Si è svolta da poco l’Anteprima del Nobile di Montepulciano durante la quale 44 aziende hanno presentato alla stampa e agli appassionati l’annata 2016 del Vino Nobile DOCG e della Riserva 2015.
Abbiamo approfittato dell’occasione per intervistare Andrea Rossi partendo dalla novità annunciata proprio durante l’Anteprima: e cioè l’aggiunta in etichetta del nome della regione “Toscana” con gli stessi caratteri e la stessa grandezza della scritta “Vino Nobile di Montepulciano”. Una modifica già pubblicata in Gazzetta Ufficiale e quindi subito operativa.

Perché questa scelta?

“Ci dovrebbe aiutare prima di tutto a chiarire da dove proviene il nostro prodotto che spesso viene confuso con il vino degli amici abruzzesi. In più, siamo consapevoli che utilizzare un brand così importante come quello della Toscana, sul mercato nordamericano produrrà un incremento del numero di bottiglie collocate. Ci aspettiamo un aumento del 20% nelle vendite. Forse qualcosa in più”.

Il Nobile di Montepulciano oggi: si va sempre più verso una tipologia solo da Sangiovese in purezza?

“Il Vino Nobile nasce come un blend al 70% di Sangiovese e al 30% da altri vitigni a bacca rossa idonei alla coltivazione nella regione. La commissione qualità del Consorzio ha intenzione di mantenere questa tipicità: un blend. Andare verso il Sangiovese in purezza non è nella nostra storia. Tuttavia già diverse cantine producono cru particolari e selezioni costituite da Sangiovese in purezza. Sul tavolo della commissione qualità si sta valutando l’esperienza fatta nel territorio sia con i vitigni internazionali sia con gli autoctoni”.

Il risultato della vostra valutazione?

“Noi vorremmo costruire un ulteriore prodotto per la gamma dei vini Nobili, che vada oltre la Riserva e il Nobile Annata”.

State andando anche voi verso una tipologia Selezione?

“Non faremo una Gran Selezione, come altre denominazioni, ma un vino diverso. Prima però abbiamo bisogno di un periodo di sperimentazione della nostra idea. Valutati i risultati del nuovo percorso, proporrò un impegno sottoscritto da tutti i produttori perché si deve pensare che il nostro vino, quello che nascerà nel 2020, andrà in commercio nel 2023. Se, per ipotesi, partiamo oggi con la sperimentazione, prima di 4-5 anni non potremo dire se sarà questa la strada giusta del nuovo prodotto. Abbiamo una certezza però: la via maestra deve essere quella di valorizzare il Sangiovese e gli altri autoctoni del territorio, un obiettivo già nelle corde di tutti i produttori”.

Le aziende si sono ritrovate compatte nel Consorzio o anche da voi ci sono spinte critiche?

“Il mio mandato è nato con l’intento di ricostruire uno spirito di collaborazione e di unità all’interno del Consorzio. Negli anni passati abbiamo assistito a qualche differenziazione di vedute, non vere e proprie rotture. Il mio primo impegno da presidente nei primi sei mesi di mandato è stato quello di ricostituire una unità di intenti. La prova tangibile? Abbiamo quasi raddoppiato le quote di compartecipazione delle aziende alle spese di promozione per il Nobile: una decisione approvata all’unanimità dall’assemblea dei soci. Oggi – dopo sei mesi – posso affermare che siamo 80 soci tutti uniti e compatti per la valorizzazione del Vino Nobile di Montepulciano”.

Come sono i rapporti con i vostri importanti vicini, Chianti Classico e Brunello di Montalcino?

“Voglio fare una premessa. Ci proponiamo un obiettivo primario: il rafforzamento della nostra identità. Noi vogliamo tornare a ripercorrere quella che è la storia del Vino Nobile di Montepulciano. Spesso e volentieri chi non ci conosce bene pensa che la nostra sia una denominazione giovane, ma non è affatto così. A Montepulciano si parla e si fa il vino da millenni, con una tracciabilità che risale al 1300 dagli archivi storici. Il nostro vino è stato sulle tavole di papi, presidenti della Repubblica Italiana e anche degli Stati Uniti. Abbiamo una storia ricchissima. Perciò dobbiamo cercare di comunicare al meglio che la nostra è una denominazione importante e storica. E’ questa la missione che ci siamo dati. Noi siamo il Nobile di Montepulciano e basta! Poi, con i colleghi presidenti delle denominazioni vicine i rapporti sono cordiali e costruttivi. Credo però che nel vino, in Toscana, si debba fare più squadra. E’ quello che ci manca: siamo una regione dei mille campanili. E’ vero che io ho dovuto iniziare a fare squadra in casa, dentro il Consorzio, ma in sei mesi abbiamo trovato la quadra”.

Se all’esterno l’unione di intenti non viene percepita, forse non la si è comunicata bene…

“Ha ragione. Negli ultimi dieci anni si è comunicato poco quello che è stato fatto. Il nostro errore principale è stato pensare che il nostro vino fosse già conosciuto e apprezzato senza aver bisogno di ulteriori spinte promozionali. Lo abbiamo dato per scontato e abbiamo sbagliato. A differenza dei nostri vicini di denominazione, i quali invece si sono dati parecchio da fare e in più direzioni”.

Ci faccia qualche esempio di nuove iniziative per promuovere al meglio la conoscenza del Vino Nobile.

“In questo 2020 abbiamo in programma di raddoppiare le nostre iniziative di marketing sul mercato nordamericano e di comunicazione in quattro grandi città italiane: Milano, Firenze, Roma, Napoli. Informeremo stampa ed operatori di settore sulle modifiche del nome alla denominazione, una sorta di replica del format dell’Anteprima, portando in giro i vini attraverso il Consorzio, senza scomodare le aziende. Comunicheremo le novità normative attraverso degustazioni tematiche mirate sul Nobile. Sono convinto che non dobbiamo stimolare la crescita, bensì una nuova nascita della domanda di Vino Nobile”.

L’enoturismo: avete intenzione di puntarci forte, investendo nel settore per promuovere anche il territorio?

“Per noi l’enoturismo è una bellissima risorsa. Siamo stati forse la prima realtà a portare il consumatore sul luogo di origine del vino. Negli ultimi 10 anni Montepulciano è passata da circa 300 mila a due milioni di presenze all’anno di turisti del vino. Montepulciano è cittadina ricca di storia, arte e cultura. Si decide di visitarci principalmente per il vino che si aggancia alla gastronomia e a tutto il sistema di servizi connessi. E’ questa – secondo noi – la maniera più viva e vera per far conoscere il territorio. Così, il turista va per cantine e quando va via è diventato realmente consapevole che dietro ogni bottiglia di Nobile trova davvero una storia. E poi – innamorato – ritorna a Montepulciano”.

www.consorziovinonobile.it

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Brunello di Montalcino 2015: l’annata perfetta, ottima subito e anche dopo https://www.winingpress.it/brunello-di-montalcino-2015-lannata-perfetta-ottima-subito-e-anche-dopo/ https://www.winingpress.it/brunello-di-montalcino-2015-lannata-perfetta-ottima-subito-e-anche-dopo/#respond Thu, 27 Feb 2020 07:50:23 +0000 https://www.winingpress.it/?p=559 (U.G.) Cinque anni dopo, l’annata 2015 si conferma alla prova del calice. Cinque stelle per un millesimo eccellente così come promette di essere all’altezza anche il […]

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(U.G.) Cinque anni dopo, l’annata 2015 si conferma alla prova del calice. Cinque stelle per un millesimo eccellente così come promette di essere all’altezza anche il Brunello 2019 (giudicato cinque stelle dagli esperti) che assaggeremo in bottiglia fra cinque anni.

Non si può certo dire che i Brunello assaggiati a Benvenuto Brunello 2020 (negli USA un mese prima di noi) siano omogenei ma, al contrario, sono assai diversi fra loro, secondo il territorio di provenienza: più solari, un po’ più muscolari quelli dei quadranti sud della denominazione; più fini, profumati e minerali quelli delle zone nord. Con due fil rouge su tutti: eleganza ed armonia assolute.

Fabrizio Bindocci, presidente Consorzio del Vino Brunello di Montalcino

Inutile lasciarsi andare alle consuete note tecniche dettagliate che – per il 2015 (annata calda ma non troppo) – raccontano un ventaglio di frutta, fiori rossi, spezie e tinte balsamiche, punteggiate da note solo a tratti più evolute. Di sicuro c’è che il potenziale di longevità di questi vini è nella stragrande maggioranza dei casi davvero elevato. Tanta qualità nella materia prima di partenza (Sangiovese grosso) non può che portare a vini di grande qualità finale, non ancora all’apice di un’ideale curva evolutiva, con grandi margini di miglioramento. Il Brunello 2015 è così. Potente ma non troppo, elegante di sicuro, ben fatto quasi sempre. In una parola: complesso! E il lavoro appassionato, attento, scrupoloso dei vignaioli di Montalcino ha fatto il resto.

Com’è allora il Brunello 2015? Oggi eccellente, fra due-tre-cinque anni certamente eccezionale. Perciò, il dilemma è: berlo subito o conservarlo in cantina per qualche anno? Il consiglio è, se ne avete la disponibilità: procuratevi almeno due bottiglie delle etichette che vi hanno emozionato di più: una da assaggiare in tempi brevi; l’altra per scoprire l’emozione del “come sarà” più avanti.  

A Benvenuto Brunello 2020 (è stata la 28esima edizione) – ospitato nel chiostro di Sant’Agostino, a Montalcino – nessuno ha imbottigliato e presentato la Riserva 2014. Perfetta, come sempre, l’organizzazione a cura del Consorzio del Vino Brunello di Montalcino, guidato dal presidente Fabrizio Bindocci, supportata per la prima volta dalla competenza dell’ufficio stampa Ispropress.

Brunello di Montalcino DOCG 2015. Ecco i 33 che mi sono piaciuti di più:

Albatreti

Baricci

Camigliano – Paesaggio Inatteso

Carpineto

Casanova di Neri – Tenuta Nuova

Casanuova delle Cerbaie 2015

Castello Romitorio – Filo di Seta

Castiglion del Bosco – Campo del Drago

Col d’Orcia

Franco Pacenti – Rosildo

Fuligni

Giodo

Il Marroneto

Il Marroneto – Madonna delle Grazie

Il Pino – Fattoria del Pino

Il Poggione

La Fiorita “No”

La Magia – Ciliegio

La Poderina

Le Ragnaie – Vigna Vecchia

Le Ragnaie Fornace

Mastrojanni – Vigna Loreto

Pietroso Brunello

Podere le Ripi – Amore e Magia

Poggio di Sotto

Roberto Cipresso

San Lorenzo

Sesti

Tenuta Le Potazzine

Uccelliera

Ventolaio

Villa I Cipressi – Zebras

Val di Suga – Vigna del Lago

www.consorziobrunellodimontalcino.it

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Frascati, Gasperini annuncia: “Sperimentazione sulla Malvasia del Lazio, Anteprima vini e Prowein a marzo” https://www.winingpress.it/frascati-gasperini-annuncia-sperimentazione-sulla-malvasia-del-lazio-anteprima-vini-e-prowein-a-marzo/ https://www.winingpress.it/frascati-gasperini-annuncia-sperimentazione-sulla-malvasia-del-lazio-anteprima-vini-e-prowein-a-marzo/#respond Fri, 07 Feb 2020 21:26:11 +0000 http://wining.gebsoftware.com/?p=147 di Umberto Gambino Felice Gasperini, classe 1952, è il rappresentante della terza generazione di una famiglia dedita alla viticoltura e alla produzione di vini. Titolare della […]

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di Umberto Gambino
Felice Gasperini, classe 1952, è il rappresentante della terza generazione di una famiglia dedita alla viticoltura e alla produzione di vini. Titolare della Cantina Villafranca e dell’Azienda Agricola Colle Felice a Monteporzio Catone, è Presidente del Consorzio Tutela Vini a Denominazione Frascati dallo scorso giugno. Un compito gravoso e non facile alla guida di un territorio che produce vini carichi di storia, di ottima qualità ma che stentano però ad imporsi sui mercati locali. La zona di produzione dei vini Frascati (circa 7 milioni di bottiglie nel 2018) comprende i comuni di Frascati, Grottaferrata, Monte Porzio Catone e in parte quelli di Roma e Montecompatri.

Felice Gasperini

Ecco il botta e risposta a tutto campo.

In che modo il Consorzio può contribuire a migliorare la qualità intrinseca dei vini Frascati?
Si sta facendo un gran lavoro attraverso i nuovi impianti di allevamento a filare con alto numero di ceppi per ettaro e con percentuali sempre maggiori di Malvasia puntinata del Lazio nell’uvaggio della tipologia Frascati Superiore DOCG. I risultati ci sono: basta vedere i tanti riconoscimenti per i nostri vini dalle guide e nei concorsi enologici. Nel disciplinare la resa per ettaro è fissata a 140 quintali/ettaro per la DOC e a 110 quintali/ettaro per la DOCG. Tre anni fa diversi produttori avevano già attuato spontaneamente un’ulteriore diminuzione della resa. In realtà la produzione media si aggira sui 120 quintali per ettaro, ma alcune cantine lavorano su rese ancora più basse per incrementare la qualità dei vini finali.

Nei suoi primi sei mesi di mandato sono state avanzate proposte di modifica del disciplinare?
Non ancora, ma ci sta lavorando sopra una commissione tecnica. L’ultimo consiglio di amministrazione ha dato il via ad una sperimentazione che durerà almeno sei anni, guidata dall’ARSIAL e in collaborazione con i Vivai Rauscedo, su vitigni di Malvasia puntinata resistenti alle malattie. Si parte dal polline, passando per il seme, per un certo numero di barbatelle e su cloni diversi. Il costo – 300 mila euro – è interamente a carico dell’ARSIAL. Superata la fase di laboratorio, si passerà a impiantare in vigna i vitigni resistenti e poi alle microvinificazioni per capire la qualità del risultato ottenuto. Tuttavia la Malvasia di Candia non è da penalizzare anche se la Malvasia puntinata ha una marcia in più.

 

Come Consorzio, non avete pensato a un censimento della quantità effettiva e della diffusione dei singoli vitigni nel territorio del Frascati?
Esistono i registri aziendali e andrebbero visionati. Indubbiamente è un’iniziativa interessante, tecnicamente possibile, per capire percentuali e distribuzione dei singoli vitigni in tutto il territorio. E’ certo che i nuovi impianti sono quasi tutti di Malvasia del Lazio e non di Candia: siamo 50 e 50 più o meno per le Malvasie.

Siete al corrente dell’utilizzo di vitigni internazionali per un 4,5% della composizione (senza dichiarare), da parte di alcuni produttori?
Il Consorzio serve a controllare che non vengano utilizzati vitigni non autorizzati dal disciplinare. Se qualche produttore inserisce nel blend internazionali come Sauvignon o Chardonnay – che sono autorizzati alla coltivazione nella regione Lazio – lo può fare benissimo purché entro le percentuali consentite.

Come funzionano le cooperative nel territorio? Tanta quantità o ci sono eccellenze?
Gotto d’Oro è un punto di riferimento anche per la qualità mentre la Cantina Sociale di Monte Porzio ha chiuso i battenti. Esistono cooperative di produttori come la Tusculum produttrice di vini con marchio Vitus che ritengo un progetto valido. Quando più aziende, più produttori, più cooperative parlano del nostro vino e lo propongono sui mercati, il risultato sarà maggiore. Il progetto Vitus prevede che una parte della produzione venga destinata a commercializzazione dei vini con marchio della cooperativa stessa; un’altra parte della produzione è conferita alle grosse aziende. Vitus imbottiglia presso Villa Simone.

Come si spiega il continuo ricambio di aziende nel territorio? Disaffezione, mancanza di motivazioni o di ricambio generazionale?
Produrre vino è attività molto impegnativa, devi avere una forte passione. Da noi il ricambio generazionale non è avvenuto o stenta parecchio. Molti viticoltori hanno abbandonato i vigneti e il territorio del Frascati negli anni si è contratto: in quarant’anni siamo passati da 2.000 a 1.000 ettari vitati. C’è chi ha chiuso e ha messo in vendita gli impianti.

Quanto pesa il biologico per il vigneto Frascati?
Solo una piccola quota intorno al 5% della produzione. Molto poco rispetto ad altre zone d’Italia. Dipende anche dal fatto che chi conferisce l’uva punta più alla remunerazione e non intende seguire gli obblighi dettati dalla viticoltura biologica.

Qual è il rapporto con la DOC Roma? Non c’è il rischio di pestarsi i piedi nello stesso territorio?
La DOC Roma fa ancora piccoli numeri nonostante un territorio più esteso. Abbiamo un rapporto di collaborazione: basti pensare che la sede è ospitata a Frascati, nei nostri uffici del Consorzio. Nessuna conflittualità perché le fasce di mercato per i vini sono diversi. Anch’io imbottiglio DOC Roma.

Qual è oggi il valore economico del vino a marchio Frascati in rapporto agli altri vini bianchi italiani?
Per il marchio in sé credo che ancora oggi il Frascati sia il vino bianco italiano più conosciuto al mondo da operatori e consumatori. Ci collochiamo fra i primi 20 posti…

Però il Frascati Superiore non riesce a spuntare prezzi significativi nelle enoteche…
E’ vero, questo non ci aiuta. Ma la qualità del Frascati non è seconda a nessun altro vino bianco italiano. Purtroppo, scontiamo un’immagine vecchia, nonostante la denominazione – datata 1966 – sia una delle prime d’Italia. Come tutte le cose anche il Frascati segue una parabola: sono arrivati negli anni altri vini che oggi hanno più appeal rispetto al Frascati. Dobbiamo puntare a migliorare la nostra immagine, tornando di moda. Come una volta…

Insomma, il successo dei vini Frascati è solo un problema di moda, di tendenze?

Certamente. E torneremo di moda.

Quali, secondo lei, i vini bianchi sono “di moda” oggi?
Il Lugana e il Pecorino. Ma, senza nulla togliere a questi, ripeto: non sono superiori ai nostri Frascati… Così come il Verdicchio che ha avuto una storia simile alla nostra: un vino storico, oggi un po’ declino. Così come i bianchi campani – Fiano, Greco di Tufo e Falanghina – in auge una decina di anni fa. Oggi un po’ meno. E’ questione di flussi e di gusti, imprevedibili.

Quanto vende il Frascati all’estero?
L’export tocca il 50%. I mercati principali sono il Regno Unito, i Paesi del Nord Europa, la Germania, l’Austria. Un po’ meno gli Stati Uniti. Non abbiamo però dati aggiornati sulle percentuali. In Cina siamo penalizzati perché si bevono in prevalenza vini rossi.

Perché il Consorzio del Frascati non ha una figura essenziale negli altri Consorzi come il Direttore Generale, che poi è il vero motore?
Costa troppo e non abbiamo risorse sufficienti nel budget. E in CdA nessuno lo ha chiesto.

Avete un grosso problema, storico, quasi insormontabile: la maggior parte dei ristoratori romani non propongono in carta i vini Frascati. Come pensate di risolvere?
Ne sono pienamente consapevole e per questo ho incontrato l’assessore comunale al Turismo e alle Attività Produttive Carlo Cafarotti per concretizzare una serie di iniziative a 360 gradi. Una di queste prevede di assegnare un bollino di qualità a quei ristoratori che rispondano a determinate caratteristiche, quali l’utilizzo di prodotti del territorio laziale, cibi e vini a chilometro zero. Ho una speranza però: vedo positivamente e con soddisfazione che le nuove generazioni di ristoratori apprezzano e valorizzano i nostri vini. Il problema di fondo è che la ristorazione romana non è in gran parte romana.

E con le enoteche…
Sono sconfortato! Purtroppo a Roma non propongono il Frascati. Come se avessero una sorta di reticenza.

Riuscite a collaborare con le associazioni dei sommelier?
Non riusciamo ad avere una sorta di corsia preferenziale per i nostri vini con le delegazioni locali della sommellerie, ma vorrei che si collaborasse. Ho chiesto in via informale a tutte le associazioni dei sommelier di fornirci i nomi di due soci che fungano da punto di riferimento e collegamento con il Consorzio, in modo da aggiornarli sulle nostre iniziative. Ma, al momento, nessuna ci ha risposto. A questo punto, vedrò di preparare una lettera ufficiale …

Come pensate di gestire la comunicazione del Frascati, dopo che è scaduto il contratto con la responsabile delle PR? Cosa avete in cantiere per promuovere i vini Frascati in Italia e nel mondo?
Siamo in un periodo di pesanti ristrettezze e non possiamo incaricare un nuovo responsabile della comunicazione. Abbiamo un budget di 140.000 euro da destinare ad attività di promozione e comunicazione del Consorzio. Ma abbiamo già molti impegni. Prima dobbiamo verificare i conti e mettere il Consorzio in sicurezza. La Regione Lazio ci ha dato delle sovvenzioni. Abbiamo un PSR (Programma di Sviluppo Rurale Lazio-Europa) che scade nel giugno 2020. Ma prima dobbiamo investire per poi ottenere un nuovo finanziamento regionale. Una buona fetta di spesa prevista dal PSR – 50 mila euro – è destinata alla partecipazione al prossimo ProWein di Dusseldorf: per la prima volta parteciperemo come Consorzio nel padiglione della DESA, la Deutscheland SommelierAssociaztion: hanno aderito 7 aziende. Esaurito il PSR penseremo a formalizzare una domanda per gli OCM promozione.
Ma la novità grossa è un’altra. Il Consorzio organizzerà, per la prima volta, un’Anteprima dei vini Frascati, in una location prestigiosa di Roma, ancora da stabilire. Pensavamo di organizzarla prima del ProWein, nel periodo fine febbraio inizio marzo. Sarà un evento aperto al pubblico e con i giornalisti invitati. Tutto concentrato in un giorno solo.

 

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Bere bene a Natale e Capodanno: 12 vini consigliati con gli abbinamenti https://www.winingpress.it/bere-bene-a-natale-e-capodanno-12-vini-consigliati-con-gli-abbinamenti/ https://www.winingpress.it/bere-bene-a-natale-e-capodanno-12-vini-consigliati-con-gli-abbinamenti/#respond Thu, 19 Dec 2019 18:00:05 +0000 http://wining.gebsoftware.com/?p=277  (U.G.) Una fantastica dozzina di vini scelti per voi, scovati nelle degustazioni pubbliche e private di un intero anno, in giro per l’Italia. Una fantastica dozzina […]

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 (U.G.) Una fantastica dozzina di vini scelti per voi, scovati nelle degustazioni pubbliche e private di un intero anno, in giro per l’Italia.

Una fantastica dozzina di vini bianchi (in maggioranza, considerato il tipo di cucina del periodo), bollicine, rosati, rossi e passiti che vogliamo suggerirvi per accompagnare al meglio i piatti delle feste di fine anno: da Natale a Capodanno, per finire all’Epifania, ecco le bottiglie da abbinare ad alcuni fra le ricette più nazional-popolari della nostra tradizione.

E perdonateci se non usiamo il “Manuale Cencelli” del vino, quello tradizionale che accontenta i soliti grandi noti: come sempre, abbiamo voluto scegliere a stile libero, seguendo solo quella scintilla genuina che ci emoziona quando si beve un nettare che colpisce subito e si fa notare.

Questi fantastici dodici vini dodici hanno un fil-rouge che li accomuna: non passano mai inosservati!

Eccoli, con gli abbinamenti consigliati.

Planeta – Metodo Classico Brut – Sicilia DOC
Da uve Carricante in purezza, questo spumante siciliano nasce dai vigneti di Sciaranuova a 850 metri di altitudine sul versante nord del vulcano. Almeno 20 mesi permanenza sui lieviti contribuiscono ad ammorbidire la selvaggia tipicità del vitigno. E’ cedro, è frutto della passione, è mineralità alla massima potenza, è bevibilità assoluta. Una bolla che sgrassa e vince senza sopraffare una bella frittura mista di pesce.

Monsupello – Metodo Classico Brut 2014 Oltrepò Pavese
Pinot nero 90%, Chardonnay affinato in acciaio 10%.
Dall’Oltrepò Pavese, terra del Pinot nero, una bollicina bianca di grande finezza, che rimane almeno 50 mesi a contatto con i lieviti. Accarezza il palato grazie finezza, struttura, eleganza, avvolgenza, ma prima ti rapisce con i suoi profumi di ribes e vaniglia. Con risotto allo scoglio.

Uberti – Quinque Cuvée 5 vendemmie Franciacorta
Davvero sorprendente ed emozionante il terzo degli spumanti proposti. E’ il frutto del mosto di cinque vendemmie fermentati in un solo tino, poi 80 mesi sui lieviti prima della sboccatura. Poi altri 6 mesi prima della commercializzazione. Solo uve Chardonnay coltivate nelle terre di Erbusco. Un extrabrut di classe, potente al tempo stesso, dalle bollicine lievi, fresco ed evoluto al tempo stesso, cremoso, vivace, ricco di profumi esotici. Da provare con trota salmonata.

Ottella – Lugana 2018   
Dall’azienda di proprietà della famiglia Montresor, ho avuto modo di assaggiare a Roma questo bianco assolutamente caratteristico del proprio territorio: nasce da uve Turbiana coltivate a San Benedetto di Lugana, a due passi dal Lago di Garda. Si apre su toni agrumati, esotici, minerali con una netta matrice argillosa derivata dal suolo. In bocca è soave, una lama verticale di freschezza e morbidezza assoluta. Sarebbe il classico abbinamento per piatti con pesce di lago. Ma se volete provarlo con formaggi freschi non sbagliate di certo.

La Scolca – Gavi dei Gavi Etichetta Nera 2018
Un classico dell’altra faccia del Piemonte (quella dei bianchi che vive e lotta insieme a noi), ad opera della cantina di proprietà della famiglia Soldati. Uve Cortese in purezza, piace perché ha tutte le carte in regola per farsi adorare dai sensi. Può essere vino femminile e maschile al tempo stesso. Intensità floreale, cromaticità, freschezza, balsamicità, profondità, vivacità, raffinatezza nel calice. Un bianco giovane pronto ad esaltarsi nel futuro. Con tartare di manzo.

Tiare – Collio Sauvignon 2018
Ci spostiamo in Friuli per inebriarci dei profumi aromaticamente forti e sfrontati di uno dei migliori Sauvignon in assoluto. Dalla ponca argillosa del Collio, è un intreccio di frutta tropicale variopinta: sambuco, papaya, mango e poi foglia di pomodoro, bosso e il bello è che il calice sembra non stancarsi mai di proporre profumi in continuazione. Si beve polposo e possente, ruffiano e persistente. Un vino che mi ha sempre colpito positivamente e anche quest’annata non ha deluso.
Con filetto di sogliola in crosta di patate.

Abbazia di Novacella – Praepositus Riesling Valle Isarco 2013
Sa di miele di tiglio, propoli e nettamente di idrocarburo. Una parte delle uve proviene da vendemmia tardiva ed è stata attaccata dalla muffa nobile. La bocca è dolce, morbidissima e intensa al tempo stesso, profonda, lunga, avvincente. Un sorso convincente che rapisce e convince. La magia del Riesling in terra di Alto Adige. Fin dal Dodicesimo secolo i monaci vignaioli della storica abbazia possiedono la ricetta magica per ottimi ini. Da abbinare con frittura di verdure.

Villa Bucci – Castelli di Jesi DOCG Verdicchio Riserva 2017
Un altro classico, un altro dei migliori bianchi italiani, pluripremiato anche all’estero, è il Verdicchio al suo giusto grado di evoluzione. Un bianco avvolgente e possente. Affina 18 mesi in botti di rovere di Slavonia. Sprigiona spezie, miele, frutta secca. E’ adatto per aragoste e crudi di pesce a tutto spiano.

Antico Palmento – Rose del Sud
A Manduria, nel cuore del Primitivo, c’è la cantina Antico Palmento di Bruno Garofano. Rose del Sud è il classico, intenso, piacevolissimo rosato pugliese: tinta corallo, melagrana, rose fresche e piacevolezza di beva infinita. Da provare con un bel tagliere di salumi e formaggi non troppo stagionati. 

Il Marroneto – Brunello di Montalcino Madonna delle Grazie 2015
Assaggiato in anteprima, pochi giorni fa, nel corso di un’avvincente degustazione a Frascati, si conferma un cavallo di razza fra i vini da Sangiovese grosso in quel di Montalcino. E’ un bouquet complesso di frutti di bosco, ribes, ricco di note balsamico a rapire i nostri sensi. Tonico al sorso, con i suoi tannini vellutati, vince e convince per la sua straordinaria freschezza ed eleganza. Un guanto di velluto nel calice che sa farsi apprezzare. Così come il suo produttore.  Con arrostino di vitella ben guarnito.

Giuseppe Mascarello – Barolo Monprivato 2013
Affinamento di 36 mesi in botti grandi. Secondo tradizione. Nota di rosa fresca, poi marasca, etereo, sfondo balsamico, fragola, si apre con gradualità e seduce. Sorso davvero in linea, armonico ai profumi: molto fresco, equilibrato, non potente all’inizio, con tannini setosi, elegantissimo, persistente. Consigliato con un bel brasato al Barolo (of course).

Ferrucci – Domus Aurea Albana di Romagna Passito 2017
Il vino dolce perfetto di quest’anno, secondo noi, nasce dalle uve coltivate in un vigneto di Castel Bolognese, poi appassite in modo naturale su telai mobili. Fermentazione e maturazione in vasche di cemento vetrificato. Di aspetto ambrato, è un’esplosione di uva passa, miele, frutta candita, scorza di agrumi mentre il sorso è dolce, sinuoso, vellutato, delicato e profondo al tempo stesso. Non stanca mai. Con panettone o pandoro a scelta.

In conclusione auguri calorosi di buone feste a tutte le lettrici e i lettori di Wining.

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10 Champagne Top fra classici e innovativi, dall’evento cult dell’anno: Modena Champagne Experience https://www.winingpress.it/10-champagne-top-fra-classici-e-innovativi-dallevento-cult-dellanno-modena-champagne-experience/ https://www.winingpress.it/10-champagne-top-fra-classici-e-innovativi-dallevento-cult-dellanno-modena-champagne-experience/#respond Sun, 24 Nov 2019 21:15:11 +0000 http://wining.gebsoftware.com/?p=312 di Umberto Gambino Anche chi non lo conosce o non lo ha mai assaggiato sa cos’è lo Champagne. E’ il vino “pop” (inteso come “popolare”) per […]

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di Umberto Gambino
Anche chi non lo conosce o non lo ha mai assaggiato sa cos’è lo Champagne. E’ il vino “pop” (inteso come “popolare”) per eccellenza, il “vino perfetto”, quello che quando lo versi nel calice sollecita tutti i sensi, senza soluzione di continuità. Quello da cui non ti aspetti delusioni di sorta. Ma è soprattutto “un vino” a tutto tondo! Perché c’è ancora qualcuno che non lo considera tale. Un susseguirsi di bollicine che increspano il calice, vibrano, sorridono, si fanno sentire (eccome!) quando assalgono il palato, lo solleticano, trasformano le nostre papille gustative nel percorso genuino del piacere e della piacevolezza.

Bevanda edonista per eccellenza, non un vino “da pasto” ma “da abbinamento”, lo Champagne si svela con tante facce, sempre diverse e mai banali. Noi le abbiamo apprezzate e bevute nel corso di “Modena Champagne Experience”, una due giorni che rimarrà impressa nelle nostre menti: sia per la varietà e l’assortimento dell’offerta sia per la ricchezza del “format”, davvero azzeccato e (finalmente) organizzato alla perfezione. Va applaudito perciò “Club Excellence”, il consorzio dei distributori e importatori nazionali di vini e distillati di eccellenza. Complimenti non formali anche a FruiteCom, l’agenzia di PR che ha gestito al meglio la partecipazione di giornalisti, blogger e comunicatori anche attraverso una dozzina di masterclass specializzate e di prestigio assoluto dedicate al mondo dello Champagne.

A Modena erano presenti con le loro migliori etichette 125 maison de Champagne suddivise nelle quattro aree tradizionali: Vallée de La Marne, Cote des Blancs, Montagne de Reims, Aube e Cote des Bar con in più la sezione non geografica dedicata alle Maison Classiche. Numerosi gli assaggi, tutti di gran livello, ma questi ci hanno sicuramente impressionato.

Ecco i 10 Champagne scelti e consigliati da Modena Champagne Experience

(in ordine di assaggio, non è una classifica)

Pommery Brut Apanage Blanc de Blancs s.a.
100% Chardonnay – Dosaggio 8 g/l. 45 mesi sui lieviti.
Per cominciare due Champagne, frutto dell’esperienza di una delle maison classiche più prestigiose, veri maestri delle cuvée. Questo bianco rapisce i sensi per intensità e complessità olfattiva. Nell’ordine un campionario di frutta bianca unita a una balsamicità spinta, tinte di zenzero e cioccolato bianco. Disseta a fondo grazie al suo sapore cremoso, avvolgente, rotondo ed elegante al tempo stesso.

Pommery Brut Apanage Rosé s.a.
55% Chardonnay 45% Pinot Noir – Dosaggio 8 g/l. 42 mesi sui lieviti.

L’assemblaggio privilegia lo Chardonnay, selezionato dalle migliori zone della Cote des Blancs cui si aggiunge il Pinot Noir di Boizy, selezionato nei migliori vigneti, secondo la tradizione di assemblaggio Pommery.

Nel calice è più paglierino che rosa tenue. E’ la perfetta fusione dei due vitigni principi della Champagne in una perfetta sinfonia di sensazioni decisamente fresche nonostante i mesi passati sui lieviti. Ecco perciò frutti di bosco, ribes, mela verde e petali di rosa, e ancora zuppa inglese. Frutto intenso, cremoso, avvolgente, molto fresco, con un bel finale di frutti rossi e lieviti. Da sorseggiare senza sosta. Prova più che convincente da parte degli inventori del primo Champagne Brut della storia.

Bollinger – Brut Special Cuvée
60% Pinot Noir, 25% Chardonnay, 15% Meunier.
Vinificazione acciaio e barriques, oltre 50% vins de reserve. Il Pinot Noir fermenta in legno, lo Chardonnay in acciaio. Dosaggio 8,5 g./l. 48 mesi sui lieviti.

Si mostra sfrontato con le sue note di lievito evidenti, poi pepe bianco, zafferano, miele di acacia, pesca gialla matura. In bocca scorre potente e lungo, non stanca, nel finale una scia di creme caramel che invita a un altro sorso. Nello stile della maison: quando il dosaggio è davvero un valore aggiunto.

Louis Roederer – Brut Premier
40% Chardonnay, 40% Pinot Nero, 20% Meunier – Dosaggio 9 g/l. 36 mesi sui lieviti.

Intenso e prepotente nel calice. Diffonde aromaticità a profusione fra agrumi variopinti, pepe, zenzero, frutta esotica, cannella, note fumé. Sorso carnoso, molto sapido, morbido, con un finale quasi zuccherino. Appassionante!

 

Bonnaire – Brut Tradition NV
40% Chardonnay, 30% Pinot noir, 30% Meunier – Dosaggio 8 g/l. 24 mesi sui lieviti. Da vigne di Cramant, Cuis, Vertus, Fossoy. Vinificazione in acciaio, malolattica svolta.

Dalla regione di Cremant, nel cuore della Cote des Blancs, piace e convince subito questo perfetto connubio dei tre vitigni classici dal perlage molto fine e persistente, freschissimo ai profumi e al gusto. Note agrumate, e di pesca gialla matura. In bocca prevalgono acidità, struttura, immediatezza di beva. E’ vivace, largo e lungo, di buona persistenza.

Fleury Blanc de Noirs Brut
100% Pinot Noir – Dosaggio 8 g/l. 36-48 mesi sui lieviti.

Fra i pionieri della biodinamica in Champagne, quest’azienda produce di Courteron (Cote des Bar) vini nitidi, freschi, immediati, di grande carattere. Elegantissimo questo Pinot Noir in purezza dalle bollicine molto fini e persistenti, dalle tonalità fresche e mature al tempo stesso: frutti esotici, erbe aromatiche, macchia mediterranea, timo, crema pasticcera. Al gusto è molto sapido, fresco, con ul suo gusto lungo di pompelmo a chiudere il sorso.

Palmer & Co. Brut Reserve Rosé
45% Chardonnay, 40% Pinot Noir, 15% Meunier – Dosaggio 8 g/l, 36 mesi sui lieviti.
Un rosato seducente vinificato attraverso il Metodo Soleras. Bel rosa salmone nel calice, è un profluvio di ribes, lampone, frutti di bosco. Sorso semplice ma non banale, punta su sapidità e dolcezza con un bel finale di frutti rossi.

Pannier – Extra Brut Exact s.a.
40% Chardonnay, 30% Pinot Noir, 30% Meunier – Dosaggio 4 g/l. 42 mesi sui lieviti più 6 mesi in bottiglia.
Da Chateau Thierry, nella Valle della Marna, ecco uno Champagne davvero corposo con le sue note di lieviti, crema pasticcera, pepe e spezie. In bocca è intenso, potente, sapido, fresco, molto avvolgente e dinamico: mai seduto. Pimpante ma equilibrato.

Francois Bedel – Extra Brut Dis “Vin Secret”
90% Meunier, 5% Chardonnay e 5% Pinot Noir – Dosaggio 2,85 g/l. 72 mesi sui lieviti.

Da una masterclass incentrata sul Meunier, il vitigno considerato – a torto – il parente povero dei tre “fratelli” dello Champagne, ecco invece un bell’esempio di bolla che fa leva su un dosaggio bassissimo di zuccheri per dar vita a un intreccio armonioso di lieviti, crema pasticcera, pane grigliato punteggiato da liquirizia e menta. Al sorso è un concentrato di sapidità e morbidezza che si allunga e dilata inesorabile, anche con un pizzico di sensazione tannica nel finale.

Encry – Millesimè 2012
100% Chardonnay – Dosaggio meno di un g/l, 60 mesi sui lieviti.

Lo Champagne che non ti aspetti ma che gli intenditori conoscono bene da tempo. Frutto del genio e dell’intuizione Made in Italy (leggi: Enrico Baldin) in terra transalpina è Champagne dal dosaggio quasi assente, molto nature, molto suadente e avvincente. Fatta la premessa (tutte le etichette Encry, dalla Coté des Blancs, ci hanno convinto), uno dovevamo premiarlo. E’ questo millesimato dal perlage finissimo e persistente, pura esaltazione delle potenzialità dello Chardonnay, che profuma anice, sambuco, balsamicità assortita, con note fruttate ancora fresche ben smussate da quelle più evolute. Ha una pienezza ed esplosività di gusto che richiede di continuo un altro calice. Da esagerare!

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